domenica 17 febbraio 2008

Il generale soldato

Oltrepassato il Sebeto, all’esercito sanfedista non rimane che la conquista dei castelli napoletani, tenuti ancora dai repubblicani. In uno di questi, e più precisamente in Castelnuovo, combatte Gabriele Manthonè, il generale soldato.
Tale appellativo si addice ad un uomo semplice e generoso che non esita ad indossare l’umile uniforme di soldato per uscire di ronda con il suo aiutante di campo e sedare un piccolo tumulto, la sera del 1° giugno del 1799.
Discende da una nobile famiglia francese che era venuta a Napoli per sottrarsi alla giustizia ed alla vendetta familiare, essendo coinvolta nell’uccisione di un uomo molto potente.
Gabriele, giovanissimo, entra a far parte dell’esercito borbonico ed in breve raggiunge il grado di capitano d’artiglieria.
Ma sono tempi burrascosi ed il germe della rivoluzione si impadronisce anche della sua mente: rinnega il buio “assolutismo” del governo borbonico ed abbraccia l’illuminata idea “repubblicana”.
All’arrivo dei Francesi, Napoli è già repubblica, quella repubblica strappata ai Lazzari che sono rimasti gli unici difensori dell’onore dei Borbone, dopo l’ignominiosa fuga. Gabriele era stato uno tra i più convinti assertori che la libertà doveva essere conquistata senza l’aiuto straniero. Gli eventi successivi dimostrarono quanto egli avesse avuto ragione.
Accade, infatti, che il generale Championnet, quando ratifica l’atto della costituita repubblica Partenopea e ne riconosce ufficialmente il governo, chiede un risarcimento di guerra di due milioni e mezzo di ducati e, ai rappresentanti del governo che si recano a protestare, rivolge, in pratica, il monito di Brenno: “Guai ai vinti”.
A tale arroganza, il Manthonè, che faceva parte della delegazione negoziatrice, con dignità risponde: “… hai presto dimenticato che ti demmo i castelli, frenammo i tuoi nemici per impedire una sanguinosa universale strage; che i tuoi deboli battaglioni non bastavano a debellare questa immensa città; né basterebbero a sostenerla se noi ci staccassimo dalle tue parti…”.
Poco portato per la politica, preferisce esercitare il mestiere del soldato, con una competenza alquanto rara in quella repubblica di filosofi. Da generale, viene destinato a reggere il ministero della guerra, della marina e degli affari esteri.
All’approssimarsi dei tragici giorni di giugno, Gabriele capisce che la repubblica ha le ore contate. Aveva avuto l’occasione di allontanarsi da Napoli, per andare in Francia al seguito dei rappresentanti della Repubblica Partenopea ed anche la moglie, intuendo il pericolo, lo aveva scongiurato, affinché egli partisse, ma l’onesto uomo, il leale soldato aveva risposto: “Margherita, il pericolo è qui, e qui è d’uopo che io rimanga coi migliori”. Con questa decisione, oltre a dimostrare il suo sprezzo per il pericolo, santificò il concetto che per i propri ideali bisogna anche essere disposti a sacrificare la vita.
Il generale ha una corporatura gigantesca, è forte, è tenace; la spada che impugna appare piccola nella sua mano, mentre con impeto aizza i soldati, mentre corre da un cannone all’altro: “Tiro corto, sergente. Aspetta che siano più vicini, altrimenti sprechiamo solo bombe”.
Quando tutto sembra perduto, egli ha ancora tanta fiducia nei suoi uomini e li incita: “Compagni, noi siamo condannati: il supplizio ci aspetta, né abbiate speranza alcuna di salvar la vita. Irrompiamo impetuosamente da queste mura: riuniti agli amici di fuori ci congiungeremo con essi all’esercito”.
La consapevolezza che nella fortezza ci sono anche le mogli ed i figli dei suoi soldati lo induce al ripensamento: è una crudeltà chiedere anche il loro sacrificio.
I nemici sono ben consci che per stanare quegli uomini dalle fortezze, dovranno subire gravissime perdite. Perciò il cardinale Ruffo stabilisce che vale la pena offrire la resa.
I repubblicani sentono la sconfitta vicina e sanno che non v’è da farsi illusioni. Tutti hanno capito, oramai, che la repubblica è capitolata e, quando a mezzogiorno del 21 giugno il cannone di S. Elmo spara una salva, per attirare su di sé l’attenzione di tutti, nessuno osa discutere l’ordine di resa, dato attraverso lo sventolio di una bandiera bianca…
Napoli è salva. Non sono salvi, però, gli uomini che si erano illusi di aver liberato il popolo dal giogo della tirannide del governo borbonico.
La Rivoluzione Napoletana non è stata una rivolta capace di coinvolgere il popolo, perché lo ha escluso, lo ha emarginato da subito. E’ stata, piuttosto, una sommossa, un movimento culturale che ha visto protagonisti solo gli intellettuali, l’alta borghesia, una piccola parte dell’aristocrazia e gli alti gradi della casta militare. Ben poca cosa rispetto alla grande massa popolare, dispersa nei sobborghi e nelle campagne delle province.
Cosicché, anche per Gabriele arriva il giorno della resa dei conti. E’ un militare ed è, sebbene decaduto, di nobile estrazione. Ma tutto ciò non basta ai giudici, per evitargli il disonore del capestro.
“E’ stato troppo coinvolto nei fatti della repubblica. Ne è stato addirittura Ministro”, è il commento del Collegio giudicante.
E così, il 24 settembre del 1799, un’altra sentenza viene eseguita.
Un altro sacrificio viene consumato nel nome di un ideale.
Ancora una volta, l’abisso della botola si spalanca sotto i piedi di un uomo.