Gli anni che l’uomo ha trascorso a curare i malanni fisici della povera gente, lo hanno radicato nel convincimento che la vera malattia della gente di Napoli consiste nella mancanza di una cosa che dovrebbe stare nel cervello e nel cuore degli uomini: la speranza. Per secoli i Napoletani hanno sperato in onesti regnanti e buone leggi, ricevendone, invece, principi rapaci ed ingiuste leggi. La loro proverbiale gaiezza altro non è che l’esorcizzazione della paura di vivere. Quando viene licenziato dagl’Incurabili, realizza che per il marito si approssimano altri guai ed infatti anche l’Università gli toglie la cattedra.
A gennaio del ‘99 arrivano i francesi ma Anna non si sente partecipe dell’euforia quasi generale perché non riesce a convincersi che, in un solo giorno, si possa cancellare la monarchia. Le feste della neonata repubblica, la Sala Patriottica e gli alberi della libertà piantati ovunque non la impressionano più di tanto, anzi ritiene che gli alberi che repentinamente fioriscono difficilmente danno buoni frutti ...
Perché soldati stranieri si fanno massacrare dai Lazzari in rivolta? Per regalare la libertà a chi non sa conquistarsela? La risposta ai suoi interrogativi crede di trovarla nei due milioni e mezzo che la Repubblica deve versare ai Francesi per i “danni di guerra”, ma i repubblicani non hanno scelta: opporsi ai Francesi, finendo così sotto la gonnella di Maria Carolina, od accettare quel simulacro di libertà che lo straniero consente?
Continuano ad abitare nella casa di Vico dei Giganti anche quando il Governo della Repubblica conferisce al marito l’incarico di Commissario del Cantone di Colle Giannone e poi quello di direttore dell’Università; per non angustiarlo, non lascia trapelare i dubbi che l’assillano, mentre passa le sue giornate ad aiutarlo nel lavoro di medico della Guardia Nazionale.
“… è morto De Deo, quell’anima cara, martire della verità, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l’esempio?”. La fanno sorridere amaro le trombonate tribunizie di quelli come Vincenzo Russo, l’oratore più ispirato della Repubblica che quando, però, si trattò di affrontare, qualche anno prima, la Giunta di Stato, si acconciò alla delazione e poi scappò in Svizzera.
Al diffondersi della notizia del sacco di Altamura da parte delle truppe del Cardinale, Anna rifiuta di trasferirsi, come il marito vorrebbe, a Cesa e invece, quando questi va a curare i feriti francesi presso l’ospedale militare di Capua, ottiene di seguirlo.
Non appartiene alla folta schiera di signore partenopee che, alle notizie provenienti dalla Calabria, incominciano a dismettere fasce e coccarde ed a trasferirsi prudentemente in campagna.
Resta serenamente al suo posto, perché quella è la battaglia dell’uomo che ama e la combatteranno insieme. Il suo pensiero, come quello di molte donne, è disadorno ma essenziale e perciò non può fare a meno di pensare che gli spiriti nobili commettono, sempre, l’errore di considerare tutti gli uomini pervasi dalle loro stesse pulsioni civiche e morali: i Lazzari, in realtà, non sono diventati tutti mansueti repubblicani come sembrerebbe perché, n’è certa, covano il momento di iniziare “la caccia alla vufera”[1].
La maggior parte delle persone compromesse hanno un retroterra familiare al quale ancorarsi nel caso di un naufragio della Repubblica ma suo marito, valente per ingegno ma modesto per casato a cosa ed a chi si sarebbe aggrappato se non a lei? Quando le turbe del Cardinale assaltano la città, Francesco si porta sulla linea dei combattimenti lasciandola sola nella sua battaglia dei sentimenti in un’attesa senza speranza. La loro casa viene depredata e distrutta da quel popolo di diseredati per il quale, ironia della sorte, il marito pensava di battersi, perciò è costretta a rifugiarsi in casa di amici. Come aveva sempre temuto, la restaurazione lavò in un mare di sangue la macchia del tradimento repubblicano ed i suoi feroci numi furono Ferdinando e Maria Carolina. Si consumano le viltà ed i tradimenti di tutte le restaurazioni: lo stesso Cirillo indugia di fronte alla possibilità di chiedere la grazia della vita e se per lui si muovono perfino l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton, nessuno, invece, intercede per il marito che viene impiccato il 29 novembre del 1799.
Un bimbo scalzo, con null’altro addosso che una lacera camiciola, viene incontro alle donne dalla parte del paese. Reca, legata per una zampetta, un’allodola che tenta, disperatamente, di volarsene via, mentre lui tiene il braccio teso in avanti quasi che ne avesse paura. Arrivato di fronte alle donne si ferma e, riparando gli occhi dal sole con la mano libera, porge ad Anna l’agitata bestiola: “l’ha presa ieri mio fratello, vuoi dargli la libertà?”.
[1] La caccia alla vufera (bufalo) era il combattimento che, in un luogo recintato, si svolgeva tra un cane ed un bovino e sul cui esito i presenti scommettevano.
A gennaio del ‘99 arrivano i francesi ma Anna non si sente partecipe dell’euforia quasi generale perché non riesce a convincersi che, in un solo giorno, si possa cancellare la monarchia. Le feste della neonata repubblica, la Sala Patriottica e gli alberi della libertà piantati ovunque non la impressionano più di tanto, anzi ritiene che gli alberi che repentinamente fioriscono difficilmente danno buoni frutti ...
Perché soldati stranieri si fanno massacrare dai Lazzari in rivolta? Per regalare la libertà a chi non sa conquistarsela? La risposta ai suoi interrogativi crede di trovarla nei due milioni e mezzo che la Repubblica deve versare ai Francesi per i “danni di guerra”, ma i repubblicani non hanno scelta: opporsi ai Francesi, finendo così sotto la gonnella di Maria Carolina, od accettare quel simulacro di libertà che lo straniero consente?
Continuano ad abitare nella casa di Vico dei Giganti anche quando il Governo della Repubblica conferisce al marito l’incarico di Commissario del Cantone di Colle Giannone e poi quello di direttore dell’Università; per non angustiarlo, non lascia trapelare i dubbi che l’assillano, mentre passa le sue giornate ad aiutarlo nel lavoro di medico della Guardia Nazionale.
“… è morto De Deo, quell’anima cara, martire della verità, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l’esempio?”. La fanno sorridere amaro le trombonate tribunizie di quelli come Vincenzo Russo, l’oratore più ispirato della Repubblica che quando, però, si trattò di affrontare, qualche anno prima, la Giunta di Stato, si acconciò alla delazione e poi scappò in Svizzera.
Al diffondersi della notizia del sacco di Altamura da parte delle truppe del Cardinale, Anna rifiuta di trasferirsi, come il marito vorrebbe, a Cesa e invece, quando questi va a curare i feriti francesi presso l’ospedale militare di Capua, ottiene di seguirlo.
Non appartiene alla folta schiera di signore partenopee che, alle notizie provenienti dalla Calabria, incominciano a dismettere fasce e coccarde ed a trasferirsi prudentemente in campagna.
Resta serenamente al suo posto, perché quella è la battaglia dell’uomo che ama e la combatteranno insieme. Il suo pensiero, come quello di molte donne, è disadorno ma essenziale e perciò non può fare a meno di pensare che gli spiriti nobili commettono, sempre, l’errore di considerare tutti gli uomini pervasi dalle loro stesse pulsioni civiche e morali: i Lazzari, in realtà, non sono diventati tutti mansueti repubblicani come sembrerebbe perché, n’è certa, covano il momento di iniziare “la caccia alla vufera”[1].
La maggior parte delle persone compromesse hanno un retroterra familiare al quale ancorarsi nel caso di un naufragio della Repubblica ma suo marito, valente per ingegno ma modesto per casato a cosa ed a chi si sarebbe aggrappato se non a lei? Quando le turbe del Cardinale assaltano la città, Francesco si porta sulla linea dei combattimenti lasciandola sola nella sua battaglia dei sentimenti in un’attesa senza speranza. La loro casa viene depredata e distrutta da quel popolo di diseredati per il quale, ironia della sorte, il marito pensava di battersi, perciò è costretta a rifugiarsi in casa di amici. Come aveva sempre temuto, la restaurazione lavò in un mare di sangue la macchia del tradimento repubblicano ed i suoi feroci numi furono Ferdinando e Maria Carolina. Si consumano le viltà ed i tradimenti di tutte le restaurazioni: lo stesso Cirillo indugia di fronte alla possibilità di chiedere la grazia della vita e se per lui si muovono perfino l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton, nessuno, invece, intercede per il marito che viene impiccato il 29 novembre del 1799.
Un bimbo scalzo, con null’altro addosso che una lacera camiciola, viene incontro alle donne dalla parte del paese. Reca, legata per una zampetta, un’allodola che tenta, disperatamente, di volarsene via, mentre lui tiene il braccio teso in avanti quasi che ne avesse paura. Arrivato di fronte alle donne si ferma e, riparando gli occhi dal sole con la mano libera, porge ad Anna l’agitata bestiola: “l’ha presa ieri mio fratello, vuoi dargli la libertà?”.
[1] La caccia alla vufera (bufalo) era il combattimento che, in un luogo recintato, si svolgeva tra un cane ed un bovino e sul cui esito i presenti scommettevano.
