sabato 16 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 3^ ed ultima parte

Gli anni che l’uomo ha trascorso a curare i malanni fisici della povera gente, lo hanno radicato nel convincimento che la vera malattia della gente di Napoli consiste nella mancanza di una cosa che dovrebbe stare nel cervello e nel cuore degli uomini: la speranza. Per secoli i Napoletani hanno sperato in onesti regnanti e buone leggi, ricevendone, invece, principi rapaci ed ingiuste leggi. La loro proverbiale gaiezza altro non è che l’esorcizzazione della paura di vivere. Quando viene licenziato dagl’Incurabili, realizza che per il marito si approssimano altri guai ed infatti anche l’Università gli toglie la cattedra.
A gennaio del ‘99 arrivano i francesi ma Anna non si sente partecipe dell’euforia quasi generale perché non riesce a convincersi che, in un solo giorno, si possa cancellare la monarchia. Le feste della neonata repubblica, la Sala Patriottica e gli alberi della libertà piantati ovunque non la impressionano più di tanto, anzi ritiene che gli alberi che repentinamente fioriscono difficilmente danno buoni frutti ...
Perché soldati stranieri si fanno massacrare dai Lazzari in rivolta? Per regalare la libertà a chi non sa conquistarsela? La risposta ai suoi interrogativi crede di trovarla nei due milioni e mezzo che la Repubblica deve versare ai Francesi per i “danni di guerra”, ma i repubblicani non hanno scelta: opporsi ai Francesi, finendo così sotto la gonnella di Maria Carolina, od accettare quel simulacro di libertà che lo straniero consente?
Continuano ad abitare nella casa di Vico dei Giganti anche quando il Governo della Repubblica conferisce al marito l’incarico di Commissario del Cantone di Colle Giannone e poi quello di direttore dell’Università; per non angustiarlo, non lascia trapelare i dubbi che l’assillano, mentre passa le sue giornate ad aiutarlo nel lavoro di medico della Guardia Nazionale.
“… è morto De Deo, quell’anima cara, martire della verità, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l’esempio?”. La fanno sorridere amaro le trombonate tribunizie di quelli come Vincenzo Russo, l’oratore più ispirato della Repubblica che quando, però, si trattò di affrontare, qualche anno prima, la Giunta di Stato, si acconciò alla delazione e poi scappò in Svizzera.
Al diffondersi della notizia del sacco di Altamura da parte delle truppe del Cardinale, Anna rifiuta di trasferirsi, come il marito vorrebbe, a Cesa e invece, quando questi va a curare i feriti francesi presso l’ospedale militare di Capua, ottiene di seguirlo.
Non appartiene alla folta schiera di signore partenopee che, alle notizie provenienti dalla Calabria, incominciano a dismettere fasce e coccarde ed a trasferirsi prudentemente in campagna.
Resta serenamente al suo posto, perché quella è la battaglia dell’uomo che ama e la combatteranno insieme. Il suo pensiero, come quello di molte donne, è disadorno ma essenziale e perciò non può fare a meno di pensare che gli spiriti nobili commettono, sempre, l’errore di considerare tutti gli uomini pervasi dalle loro stesse pulsioni civiche e morali: i Lazzari, in realtà, non sono diventati tutti mansueti repubblicani come sembrerebbe perché, n’è certa, covano il momento di iniziare “la caccia alla vufera”[1].
La maggior parte delle persone compromesse hanno un retroterra familiare al quale ancorarsi nel caso di un naufragio della Repubblica ma suo marito, valente per ingegno ma modesto per casato a cosa ed a chi si sarebbe aggrappato se non a lei? Quando le turbe del Cardinale assaltano la città, Francesco si porta sulla linea dei combattimenti lasciandola sola nella sua battaglia dei sentimenti in un’attesa senza speranza. La loro casa viene depredata e distrutta da quel popolo di diseredati per il quale, ironia della sorte, il marito pensava di battersi, perciò è costretta a rifugiarsi in casa di amici. Come aveva sempre temuto, la restaurazione lavò in un mare di sangue la macchia del tradimento repubblicano ed i suoi feroci numi furono Ferdinando e Maria Carolina. Si consumano le viltà ed i tradimenti di tutte le restaurazioni: lo stesso Cirillo indugia di fronte alla possibilità di chiedere la grazia della vita e se per lui si muovono perfino l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton, nessuno, invece, intercede per il marito che viene impiccato il 29 novembre del 1799.
Un bimbo scalzo, con null’altro addosso che una lacera camiciola, viene incontro alle donne dalla parte del paese. Reca, legata per una zampetta, un’allodola che tenta, disperatamente, di volarsene via, mentre lui tiene il braccio teso in avanti quasi che ne avesse paura. Arrivato di fronte alle donne si ferma e, riparando gli occhi dal sole con la mano libera, porge ad Anna l’agitata bestiola: “l’ha presa ieri mio fratello, vuoi dargli la libertà?”.
[1] La caccia alla vufera (bufalo) era il combattimento che, in un luogo recintato, si svolgeva tra un cane ed un bovino e sul cui esito i presenti scommettevano.

venerdì 15 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 2^ parte

La cacciata dei Gesuiti di alcuni anni prima, la lenta ma costante presa di coscienza della borghesia hanno ulteriormente mondanizzato la vita di Napoli facendone, se possibile, una città ancora più socialmente sperequata ma anche vivida e feconda. Ormai si discetta su tutto e non v’è branca del sapere ove non si cimentino i sapienti partenopei. Al S. Carlo, al Fiorentini ed al Teatro Nuovo furoreggiano sciantose, accalappiamariti, quali la de Amicis, la Gabrielli, la famigerata Viscioletta e Nicolò Iommelli compone l’Ifigenia che, alla concertazione, si rivela un fiasco memorabile.
I coniugi Bagno partecipano a questa neo rinascenza sotto il Vesuvio in un modo che, visti i tempi, ha del banale: Francesco, quando i malati dell’Arcispedale degl’Incurabili gliene lasciano il tempo, si tuffa nello studio delle opere scientifiche dei maggiori medici del tempo quali Serao, Sarcone, Cotugno e Cirillo; Anna ricama il corredino per un bimbo che non verrà mai. Finalmente, dopo anni di gavetta e la pubblicazione di alcuni lavori scientifici di una certa risonanza, Francesco viene chiamato, nel 1787, dall’Università ad insegnare fisiologia ed anatomia.
L’eco della Rivoluzione di Francia riempie Anna di timori che scaturiscono da sensazioni più che da fatti: quel marito così poco propenso ad appalesare i propri sentimenti, cela a stento il compiacimento per le notizie, invero truculente, che arrivano dalla Francia. In giro si sente parlare di teste mozzate e portate in processione infilzate su delle picche, e non riesce a capacitarsi di come il suo Francesco, sempre teso ad alleviare le sofferenze altrui, possa poi provare compiacimento per tutto questo. Soltanto quando incomincia a compenetrare l’essenza del concetto di uguaglianza, intuisce cosa in realtà è accaduto: il figlio dell’umile salassatore del villaggio di Cesa, approdato ad una professione decorosa dopo infinite rinunzie ed altrettante ingiustizie, in un ambiente ove più che la capacità conta il censo, era fatale che si ritrovasse con coloro che volevano abbattere i privilegi. Pur con disagio cerca di condividerne il pensiero ma, in realtà, ne sposa le idee perché sono le sue idee e sente attaccarsi alla pelle la sensazione che gli anni sereni stiano per terminare. L’anno dell’eruzione del 1794 vede materializzarsi i suoi timori. A lato del processo che manda condannati a morte, per avere tramato contro il trono, Vincenzo Vitaliano, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani, il dottor Bagno finisce sulla lista dei sospetti fiancheggiatori della congiura. Vista la piega che stanno prendendo gli eventi, Anna cerca di indurre il marito ad una maggiore prudenza ma si accorge che è inutile.
(continua)

giovedì 14 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 1^ parte

La canapa ha raggiunto un’altezza tale da nascondere, per buona parte, i vitigni tesi tra i pioppi dei quali, ormai, non si intravede che la chioma. Né canti solitari e neppure l’abituale rumore di vanghe, scrostate a colpi di sasso, aleggiano per la campagna in quella pacifica domenica di luglio ed il verde, che signoreggia ovunque, apparirebbe più triste di un mausoleo se non fosse per il canto delle cicale e per un lamentoso abbaiare proveniente da pagliai lontani. Sembra impossibile che in questi luoghi, ove regna incontrastata la pace, appena un anno prima echeggiassero le urla e gli spari della battaglia che i Napoletani ed i Francesi ingaggiarono sui Lagni, a Ponte Rotto.
Le due figure in nero si contornano meglio mentre avanzano sul viottolo interpoderale che da Cesa porta ad Aversa: è l’itinerario preferito da chi vuole evitare i carretti e la polvere dello stradone principale ma che, soprattutto, vuole evitare i propri simili. Le due donne camminano tenendosi sottobraccio e lo fanno come se volessero sostenersi a vicenda ed insieme sostenere un gravoso fardello. Teresa Bagno, come d’altronde il resto della famiglia, non aveva visto di buon occhio il matrimonio del fratello con un’abbandonata dell’Annunziata ed il rimorso per i passati pensieri le fa stringere più forte il braccio della cognata.
Quando Francesco la chiede in moglie, Anna Manzini ne rimane turbata ed il suo è un malessere simile a quello che provò allora che fece una scorpacciata di confetti della Candelora[1] e gli sembrava che il dolce e la paura di morire si fondessero nella medesima sensazione: una trovatella, una cosa di nessuno, moglie di un medico?
I sogni maritali delle senza famiglie erano senza prospettive perciò, la maggior parte di esse, passava dalla ruota alle cancellate con fatale rassegnazione. A quei tempi non v’erano ospedali così come oggi li conosciamo e quei pochi esistenti erano, contemporaneamente, chiese, orfanotrofi e luoghi di cura. Imbevuti di Illuminismo, ma il più delle volte per amore verso gli altri, molti medici cercavano di alleviare, con la loro opera, le sofferenze dei disgraziati che in quei luoghi trovavano ricovero tant’è che medici illustri come Cotugno e Cirillo, prestavano la loro opera presso i monasteri - ospedali degl’Incurabili, di Sant’Orsola e dell’Annunziata.
In realtà, ciò che sommuove l’animo di Anna non è solo il fatto di essere una trovatella ma anche quello di sentirsi, dopo anni di vita negletta, ambìto centro dell’esistenza di un’altra persona e questo fatto la fa sentire ancora una cosa però la più desiderata delle cose! Avverte che il placido ruscello della sua vita sta per divenire un fiume in piena e, quando ammette con se stessa di essere attratta da quell’uomo taciturno, i cui occhi vanno sempre oltre le cose che guarda, prova uno sconosciuto piacere all’idea di appartenergli. Si sposano nel 1771 e vanno ad abitare in una modesta casa di Vico dei Giganti.
(continua)


[1] Confetti, a forma di pigna, pesanti alcuni etti, che durante la ricorrenza della Candelora si lanciavano ai fedeli dal sagrato delle Chiese.

lunedì 11 febbraio 2008

Il compariello

Quando Re Ferdinando tenne a battesimo uno dei suoi figlioli, Francesco Buonocore non sapeva che, un giorno, il compare lo avrebbe fatto impiccare. Non lo sapeva, e neppure lo immaginava.
I Buonocore erano una delle famiglie più accreditate e benestanti dell’isola di Ischia. Un loro membro aveva finanche servito, quale protomedico di corte, la Real Casa Borbonica sotto Carlo III, sia a Napoli che a Madrid.
La famiglia Reale aveva l’abitudine di trascorrere sull’isola il periodo della balneazione, ospite dei Buonocore, i quali, da buoni sudditi, avevano messo a disposizione un’ampia ala della loro sontuosa villa. La preziosa amicizia non poteva che alimentare la fortuna ed il prestigio di questa famiglia e Francesco, forse non a caso, era stato nominato ufficiale della milizia isolana. Ma tale carica non servirà a tenere lontano da questo casato il tempestoso vento della rovina, perché i fatti del ‘99 coinvolgeranno anche i Buonocore.
Già dopo la rivoluzione del 1789, Francesco non aveva nascosto una certa simpatia per i Francesi. E più tardi, quando sull’isola erano stati confinati alcuni rivoluzionari napoletani, con i quali strinse un rapporto di solidale amicizia, fu guardato con sospetto dal governatore di Ischia.
Gl’isolani, in genere, godono fama di essere gente molto ospitale e tale prerogativa, certamente, non mancava a Francesco che, in un’altra occasione, diede asilo nella sua casa a dei marinai francesi, scampati ad un naufragio.
La repentina fuga da Napoli della famiglia Reale e della loro Corte gli aveva fatto credere che mai più avrebbe rivisto un Borbone nella sua casa. I Francesi e la Repubblica erano, ora, i nuovi padroni e non erano neanche tanto antipatici. Anzi, lo consideravano loro amico e lo trattavano in modo molto garbato. Tant’è che lo stesso comandante in capo della forza di occupazione, generale Stefano Championnet, con un decreto lo nominò generale e lo mise a capo della fortezza e dell’isola.
Nel frattempo, la squadra navale inglese partiva da Palermo per la riconquista delle acque del golfo di Napoli, precedendo le truppe sanfediste…
La sera del 3 aprile del 1799, il capitano di vascello Troubridge fece condurre a bordo del Colloden il Buonocore, fatto prigioniero, per interrogarlo. L’Inglese lo accolse nella sua cabina.
All’uomo era stata brutalmente ridotta a brandelli la divisa di ufficiale repubblicano, prima di essere portato al cospetto del comandante della nave.
“Come vi chiamate?”, chiese Troubridge.
“Sono Francesco Buonocore, il comandante del castello e di quest’isola”.
“Buonocore? Mi risulta che la vostra famiglia sia in buoni rapporti con il re!”.
“Lo è ancora, anche se il re è fuggito e ci ha lasciato liberi di scegliere nuovi amici…”.
“Per ora rimarrete in stato di arresto. Chiederò istruzioni a Palermo. Vi farò sapere”.
“Ma voi credete che il re tornerà? Perché, se così fosse, indosserei di nuovo la vecchia uniforme. La conservo ancora, sapete?”.
“Voi siete pazzo. Questo non ve lo permetterò. Dovevate pensarci prima. Avete già scelto da quale parte stare”.
Francesco era un semplice, un mite, un pacioccone. Per certi versi, appariva anche un ingenuo.
Osò pensare che il putiferio che si stava scatenando a Napoli ed intorno alla sua casa fosse soltanto questione di un cambio di uniforme.
Fu incatenato e fu rinchiuso nei sotterranei dello stesso castello che, fino al giorno prima, era stato la sua fortezza. Tutta l’isola era in mano agli Inglesi. Tutto ciò che era francese e che sapeva di rivoluzione e di repubblica venne smantellato e dato alle fiamme. Anche la sontuosa villa dei Buonocore finì per essere deturpata e svaligiata di ogni bene. Poi, quando la furia devastatrice dei riconquistatori si esaurì, poche rovine restarono a testimoniarne l’antico fasto.
Ferdinando IV, messo al corrente di quanto era accaduto sull’isola, ebbe un moto di rabbia e di imbarazzo ed esclamò: “Anche Buonocore mi hanno incarcerato! Sospendete ogni sentenza avanti il mio ritorno”[1].
Era forse intendimento del sovrano sbrigarsela personalmente con il padre del suo figlioccio. Ma gli Inglesi, ormai, avevano preso la mano al re.
Francesco, con altri compagni, fu condotto a Procida, nell’isola vicina. Forse fu questa l’unica attenzione che gli fu riservata, per rispetto della sua antica amicizia con il re: sottrarlo al pubblico ludibrio dei suoi concittadini.
Alle ore quattordici del 1° giugno del 1799, faceva molto caldo a Procida.
Ma, a parte l’ora canicolare, il caldo era ancora più insopportabile per chi, come lui, stava salendo i gradini del capestro.
La sua faciloneria non gli fece comprendere il perché di quell’accanimento contro la sua persona: “Che ho fatto di male? Ho soltanto ospitato degli uomini! Chiunque lo avrebbe fatto al posto mio…”, così si rivolse al frate che gli stava portando il conforto della Chiesa.
“Pentiti dei tuoi peccati, figliolo; solo così Dio potrà accoglierti nella Sua grazia”.
“Pentirmi! E per che cosa? Per avere amato troppo questa umanità? Questi uomini che in cambio, ora, chiedono la mia vita?”.
Era un filantropo, Francesco. In nome dell’amicizia, aveva messo a disposizione degli altri la sua casa, così come avevano sempre fatto anche i suoi avi. L’ospite è sacro: che sia un re o un mendicante.
Egli non sapeva nulla di politica: se c’era la repubblica, l’acclamava, se c’era il re, era contento lo stesso. Ma quelli non erano tempi per i puri di spirito o per rimanere tranquillamente in disparte.
Fu consapevole di ciò che gli stava accadendo? Possedeva ricchezza, fama ed un sicuro avvenire per sé ed i suoi figli. Con la sua affabilità, aveva anche accresciuto la schiera degli amici. Ma, nel volgere di poco tempo, aveva, invece, perso tutto: la casa, la ricchezza, la famiglia, gli amici…ed anche la vita.
Affrontò la prova estrema, chiedendosi ancora perché il compare di battesimo di suo figlio lo mandava a morte, ma non riuscì a trovare una risposta, solo un ultimo e legittimo dubbio: “Ma quando passa l’inverno, non viene la primavera? E quando i re scappano, non nascono le repubbliche?”.
[1] M. D’Ayala, “Vite degl’Italiani”, ed. Bocca, p. 111.

domenica 10 febbraio 2008

Quale futuro per il nostro Paese?

Dopo appena due anni siamo chiamati ad eleggere un nuovo Parlamento nel nome di un rinnovamento politico. Ma di nuovo, a queste condizioni, ci sarà poco o niente. Nessuna faccia nuova e nessuna idea nuova, infatti, si intravedono sull'orizzonte politico del nostro "Bel Paese". Ci sarà, come nel passato, solo una nuova ripartizione delle poltrone e degli incarichi di Governo. I prossimi che verranno, insomma, saranno giorni di affannosa rincorsa per l'accaparramento del potere da parte dei soliti noti. Queste nuove elezioni saranno solo l'occasione per rimescolare un pò le carte ed iniziare una nuova partita. Chi era a sinistra si sposterà a destra, chi era a destra si sposterà a sinistra, altri confluiranno al centro e così via, come in un'allegra quadriglia. Ma di allegro c'è davvero ben poco. Tanto a giocare la partita saranno sempre gli stessi, i politici boriosi ed arroganti da una parte ed il popolo inerme dall'altro. Loro, i politici, continueranno a spartirsi privilegi ed introiti, noi, il popolo, ad incassare aumenti di tasse, rincari di tariffe e di servizi malamente funzionanti, costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e salari sempre più bassi, perchè fermi e rosicchiati dall'inflazione, dovuta ad un'economia ferma e quasi sull'orlo di una recessione, perchè non supportata da una politica economica stabile e convincente. Insomma, dopo oltre vent'anni di "Seconda Repubblica" nulla ancora è cambiato. "Tutto cambiò, affinchè nulla cambiasse", così espresse il suo rammarico il Principe di Salina ne "Il Gattopardo", famoso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Mai citazione mi è sembrata più appropriata.