lunedì 11 febbraio 2008

Il compariello

Quando Re Ferdinando tenne a battesimo uno dei suoi figlioli, Francesco Buonocore non sapeva che, un giorno, il compare lo avrebbe fatto impiccare. Non lo sapeva, e neppure lo immaginava.
I Buonocore erano una delle famiglie più accreditate e benestanti dell’isola di Ischia. Un loro membro aveva finanche servito, quale protomedico di corte, la Real Casa Borbonica sotto Carlo III, sia a Napoli che a Madrid.
La famiglia Reale aveva l’abitudine di trascorrere sull’isola il periodo della balneazione, ospite dei Buonocore, i quali, da buoni sudditi, avevano messo a disposizione un’ampia ala della loro sontuosa villa. La preziosa amicizia non poteva che alimentare la fortuna ed il prestigio di questa famiglia e Francesco, forse non a caso, era stato nominato ufficiale della milizia isolana. Ma tale carica non servirà a tenere lontano da questo casato il tempestoso vento della rovina, perché i fatti del ‘99 coinvolgeranno anche i Buonocore.
Già dopo la rivoluzione del 1789, Francesco non aveva nascosto una certa simpatia per i Francesi. E più tardi, quando sull’isola erano stati confinati alcuni rivoluzionari napoletani, con i quali strinse un rapporto di solidale amicizia, fu guardato con sospetto dal governatore di Ischia.
Gl’isolani, in genere, godono fama di essere gente molto ospitale e tale prerogativa, certamente, non mancava a Francesco che, in un’altra occasione, diede asilo nella sua casa a dei marinai francesi, scampati ad un naufragio.
La repentina fuga da Napoli della famiglia Reale e della loro Corte gli aveva fatto credere che mai più avrebbe rivisto un Borbone nella sua casa. I Francesi e la Repubblica erano, ora, i nuovi padroni e non erano neanche tanto antipatici. Anzi, lo consideravano loro amico e lo trattavano in modo molto garbato. Tant’è che lo stesso comandante in capo della forza di occupazione, generale Stefano Championnet, con un decreto lo nominò generale e lo mise a capo della fortezza e dell’isola.
Nel frattempo, la squadra navale inglese partiva da Palermo per la riconquista delle acque del golfo di Napoli, precedendo le truppe sanfediste…
La sera del 3 aprile del 1799, il capitano di vascello Troubridge fece condurre a bordo del Colloden il Buonocore, fatto prigioniero, per interrogarlo. L’Inglese lo accolse nella sua cabina.
All’uomo era stata brutalmente ridotta a brandelli la divisa di ufficiale repubblicano, prima di essere portato al cospetto del comandante della nave.
“Come vi chiamate?”, chiese Troubridge.
“Sono Francesco Buonocore, il comandante del castello e di quest’isola”.
“Buonocore? Mi risulta che la vostra famiglia sia in buoni rapporti con il re!”.
“Lo è ancora, anche se il re è fuggito e ci ha lasciato liberi di scegliere nuovi amici…”.
“Per ora rimarrete in stato di arresto. Chiederò istruzioni a Palermo. Vi farò sapere”.
“Ma voi credete che il re tornerà? Perché, se così fosse, indosserei di nuovo la vecchia uniforme. La conservo ancora, sapete?”.
“Voi siete pazzo. Questo non ve lo permetterò. Dovevate pensarci prima. Avete già scelto da quale parte stare”.
Francesco era un semplice, un mite, un pacioccone. Per certi versi, appariva anche un ingenuo.
Osò pensare che il putiferio che si stava scatenando a Napoli ed intorno alla sua casa fosse soltanto questione di un cambio di uniforme.
Fu incatenato e fu rinchiuso nei sotterranei dello stesso castello che, fino al giorno prima, era stato la sua fortezza. Tutta l’isola era in mano agli Inglesi. Tutto ciò che era francese e che sapeva di rivoluzione e di repubblica venne smantellato e dato alle fiamme. Anche la sontuosa villa dei Buonocore finì per essere deturpata e svaligiata di ogni bene. Poi, quando la furia devastatrice dei riconquistatori si esaurì, poche rovine restarono a testimoniarne l’antico fasto.
Ferdinando IV, messo al corrente di quanto era accaduto sull’isola, ebbe un moto di rabbia e di imbarazzo ed esclamò: “Anche Buonocore mi hanno incarcerato! Sospendete ogni sentenza avanti il mio ritorno”[1].
Era forse intendimento del sovrano sbrigarsela personalmente con il padre del suo figlioccio. Ma gli Inglesi, ormai, avevano preso la mano al re.
Francesco, con altri compagni, fu condotto a Procida, nell’isola vicina. Forse fu questa l’unica attenzione che gli fu riservata, per rispetto della sua antica amicizia con il re: sottrarlo al pubblico ludibrio dei suoi concittadini.
Alle ore quattordici del 1° giugno del 1799, faceva molto caldo a Procida.
Ma, a parte l’ora canicolare, il caldo era ancora più insopportabile per chi, come lui, stava salendo i gradini del capestro.
La sua faciloneria non gli fece comprendere il perché di quell’accanimento contro la sua persona: “Che ho fatto di male? Ho soltanto ospitato degli uomini! Chiunque lo avrebbe fatto al posto mio…”, così si rivolse al frate che gli stava portando il conforto della Chiesa.
“Pentiti dei tuoi peccati, figliolo; solo così Dio potrà accoglierti nella Sua grazia”.
“Pentirmi! E per che cosa? Per avere amato troppo questa umanità? Questi uomini che in cambio, ora, chiedono la mia vita?”.
Era un filantropo, Francesco. In nome dell’amicizia, aveva messo a disposizione degli altri la sua casa, così come avevano sempre fatto anche i suoi avi. L’ospite è sacro: che sia un re o un mendicante.
Egli non sapeva nulla di politica: se c’era la repubblica, l’acclamava, se c’era il re, era contento lo stesso. Ma quelli non erano tempi per i puri di spirito o per rimanere tranquillamente in disparte.
Fu consapevole di ciò che gli stava accadendo? Possedeva ricchezza, fama ed un sicuro avvenire per sé ed i suoi figli. Con la sua affabilità, aveva anche accresciuto la schiera degli amici. Ma, nel volgere di poco tempo, aveva, invece, perso tutto: la casa, la ricchezza, la famiglia, gli amici…ed anche la vita.
Affrontò la prova estrema, chiedendosi ancora perché il compare di battesimo di suo figlio lo mandava a morte, ma non riuscì a trovare una risposta, solo un ultimo e legittimo dubbio: “Ma quando passa l’inverno, non viene la primavera? E quando i re scappano, non nascono le repubbliche?”.
[1] M. D’Ayala, “Vite degl’Italiani”, ed. Bocca, p. 111.

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