Ancora una volta si trovava lì: allacciato alla seggiola di un gigantesco aereo da trasporto militare. Erano in tanti ed erano accalcati l’uno di fianco all’altro, l’uno di fronte all’altro, nell’immenso ventre dell’Hercules C-130, che li accoglieva come il ventre di una madre generosa.
Tra pochi minuti avrebbero raggiunto la zona di lancio. I portelloni laterali del gigantesco aereo da trasporto sarebbero stati aperti e quelli che si trovavano nei loro pressi avrebbero avuto tutto il tempo di godersi l’impareggiabile spettacolo di una fetta di mondo vista dall’alto. Anche lui era fra quelli.
Da lassù tutto appariva ordinato: le case, le strade, i campi dai confini netti. Non sembrava proprio che laggiù, invece, tutto fosse caotico, indistinto, rumoroso.
Anche se la quota non era molto elevata, 1600-1700 piedi al massimo, di tanto in tanto il vapore di qualche nuvola investiva la fusoliera dell’aereo. Quando questo accadeva con i portelloni aperti, il vapore penetrava all’interno, divenendo quasi palpabile prima di dissolversi o prima di uscire di nuovo, risucchiato dalla porta opposta.
Anche quella volta era arrivato alla Scuola Militare di Paracadutismo due giorni prima, insieme a tanti altri.
Provenivano dai luoghi più disparati: ufficiali e sottufficiali appartenenti alle varie Armi e ai vari Corpi. Tutti si trovavano lì per il medesimo scopo: il lancio di allenamento annuale con il paracadute.
Come per festeggiare un anniversario, s’incontravano in quel luogo ed erano quasi sempre gli stessi. Ogni tanto qualche volto nuovo si aggiungeva al già numeroso gruppo, a colmare l’assenza di qualcuno, trattenuto da altri impegni.
Tutto si svolgeva da anni nell’identica maniera, come per un rito. D’altronde l’attività della Scuola era frenetica. Non c’era tempo per convenevoli di sorta. S’iniziava subito lo stesso giorno dell’arrivo.
Li conducevano in palestra, per rinfrescare le nozioni delle fasi principali di un aviolancio.
Come sempre, gli istruttori iniziavano con la fase prelancistica: controllo dei paracadute e prove di adattamento degli stessi. Poi passavano ad esaminare il comportamento in volo.
Era usato una specie di simulatore a terra, chiamato falsa carlinga. Prendevano posto, come se fossero stati realmente seduti all’interno di un aereo. Gli istruttori spiegavano minuziosamente tutti gli ordini che sarebbero stati loro impartiti dal momento del decollo e fino a quello di saltare fuori, nel vuoto.
In realtà, più che udire, bisognava stare attenti alla mimica che accompagnava ogni singolo ordine, perché il fragoroso rumore dei motori avrebbe coperto le voci.
Infine, da quello stesso strumento di addestramento, provavano l’uscita. Simulavano l’uscita prima da una porta, poi dall’altra. Gli istruttori erano molto pignoli su questa parte della lezione e facevano provare l’uscita quattro, cinque, anche dieci volte, se necessario, e fino a che non la giudicavano sufficientemente corretta, perché ripetevano: “Da una buona uscita dipende la perfetta apertura del paracadute e, quindi, la vostra incolumità”.
Ma, ai più, l’incertezza dell’allenamento non dava pensiero, perché sapevano che al momento opportuno le impercettibili scariche di adrenalina li avrebbero resi tutti cazzuti e avrebbero affrontato il delicato momento del salto nel vuoto con la massima determinazione.
Prima della pausa per il pranzo, c’era ancora tempo per provare l’arrivo a terra: l’impatto con il suolo che molti temevano.
Per provare le cadute usavano delle carrucole, alle quali si aggrappavano con le mani per mezzo di cinghie che penzolavano dai quattro lati. Il tragitto era breve, cinque o sei metri, e poi si lasciavano cadere giù, da un’altezza di poco più di un metro. L’impatto non era precisamente lo stesso di quello reale, quando si toccava il suolo dopo aver percorso circa cinquecento metri di caduta seppure frenata, ma l’esercizio permetteva di correggere gli errori più comuni commessi in fase di atterraggio e che potevano provocare traumi alle caviglie, alle ginocchia, alla colonna vertebrale.
Anche in questo caso gli istruttori, con professionale pignoleria, facevano provare tutte le cadute previste: in avanti, laterali e all’indietro.
Dopo la pausa del pranzo che si consumava presso la mensa della stessa Scuola, l’addestramento riprendeva con la torre.
Erano distribuiti un paracadute di emergenza ed un’imbracatura simile a quella del paracadute principale, che ognuno adattava al proprio corpo. Al posto della calotta del paracadute fuoriuscivano due grosse cinghie, alle cui estremità erano fissati dei robusti moschettoni. Poi raggiungevano un’area dove s’innalzavano due grosse torri alte all’incirca sedici metri.
E’ ovvio pensare che quella parte di lezione prevedeva che si lanciassero da lassù, assicurati ad un’altra carrucola, che scorreva sopra un cavo d’acciaio lungo un centinaio di metri.
Sulla sommità della torre l’effetto dell’uscita dall’aereo e quello della caduta nel vuoto erano molto più realistici.
L’esercizio, a detta degli istruttori, era necessario per valutare il comportamento sulla porta del velivolo, qualche secondo prima del salto.
A guardare di sotto, l’istinto di conservazione, la repulsione al suolo, per definirlo con un termine tecnico, suggeriva di usare le scale per tornare giù. Ma, una volta agganciati alla carrucola e sistemati sulla porta di uscita, rifiutare l’esercizio poteva significare la rinuncia all’aviolancio, il ritorno a casa, il rientro al proprio Reparto, ammettendo di non avercela fatta.
Il brevetto di paracadutista l’aveva conseguito oltre vent’anni prima, ad inizio di carriera, sempre lì alla S.Mi.Par. .
Aveva dovuto superare una severa selezione ed aveva sostenuto un duro allenamento, per il quale, tutt’oggi, ne andava ancora fiero.
L’intensa giornata si concludeva a fine istruzioni ed all’albo della palestra veniva affisso l’ordine di lancio, programmato per l’indomani mattina. Quella volta, egli sarebbe stato il secondo alla porta.
La notte l’aveva trascorsa in maniera tranquilla, anche se di tanto in tanto il pensiero era andato all’attività del mattino seguente. Ma la sua mente non si era soffermata molto su quel particolare, perché, da lì a poche ore, lo attendeva la classica levataccia.
Dalla Scuola, per mezzo di autobus, erano stati trasportati nella parte militare dell’aeroporto di S. Giusto. Erano giunti all’aerocampo qualche minuto prima delle otto ed il cielo era apparso subito incerto. C’erano molte formazioni di nubi in quota e soffiava pure un discreto vento di tramontana che contribuiva a mantenere rigida la temperatura.
Il giorno dei lanci era un giorno un pò speciale per tutti: per chi doveva affrontare la prova ed anche per il personale che aveva la responsabilità dell’organizzazione.
Sarebbe fuori luogo elencare, qui, tutta l’organizzazione tattico-logistica che grava intorno a tale attività. Ma essa é di sicuro imponente. Per questo motivo il giorno stabilito tutti erano impazienti di cominciare, in particolar modo loro, in quanto sapevano che dopo quell’occasione difficilmente se ne sarebbe ripresentata subito un’altra: come minimo, avrebbero dovuto attendere un altr’anno.
Per la Scuola, invece, quell’attività era normale amministrazione, era routine quotidiana, anche se l’imprevisto era sempre in agguato, non fosse altro che per le avverse condizioni meteorologiche.
Proprio a causa delle cattive condizioni meteo, gli era già capitato una volta, di recente, di ritornare indietro senza aver potuto effettuare il lancio. Ci era rimasto molto male.
Soprattutto perché aveva atteso invano, per oltre tre giorni, che si fosse aperto uno spiraglio di tempo buono, un piccolo spazio, un breve intervallo, per consentire il decollo dell’aereo.
Per indicare l’insieme delle condizioni meteo necessarie all’effettuazione di aviolanci in tutta sicurezza, viene adottato il termine “ZIC”. Due sono le principali condizioni alle quali bisogna sottostare: la visibilità e l’intensità del vento. Ci sono tre stadi di ZIC. Con ZIC UNO si parte. ZIC DUE sta ad indicare una sospensione momentanea dell’attività, dovuta ad un aumento dell’intensità del vento oppure ad un peggioramento della visibilità. ZIC TRE é, invece, quello che mai nessuno vorrebbe che fosse pronunciato, perché con tale condizione c’è lo spianto totale. Vuol dire che per quel giorno l’attività è sospesa, irrimediabilmente.
Quel mattino il contemporaneo ZIC UNO, dalla pista di decollo e dalla zona di lancio, era arrivato intorno alle dieci. In pochi minuti avevano completato tutte le operazioni previste prima dell’imbarco. Poi, finalmente erano saliti a bordo del fragoroso C-130 Hercules.
Erano già trascorsi una decina di minuti dal decollo. - Tra venti minuti saremo sulla zona di lancio -, pensò.
Guardò in viso tutti quelli che erano alla sua portata. Cercava di capire se anche loro fossero stati assaliti da una certa inquietudine. E li vide freddi, assenti.
- Sì! Forse anche loro sono stati assaliti dai miei stessi timori -, pensò ancora.
Il Direttore di Lancio richiamò a gesti la loro attenzione e con le mani fece segno che mancavano venti minuti al lancio. Subito dopo, coadiuvato dal secondo D.L. e da uno dei membri dell’equipaggio, aprì le pesanti porte laterali.
L’assordante rumore dei motori crebbe d’intensità, un turbinio d’aria fredda s’insinuò all’interno del velivolo e con essa anche il vapore di qualche nube.
Diede un’occhiata giù, attraverso la porta che gli stava di fronte. Stimò un’altezza di circa 2.000 piedi. Vide, attraverso i filamenti di una candida nuvola, le case sottostanti, i campi coltivati, di varie forme e dai vivaci colori.
Nell’aereo l’attenzione di ognuno era cresciuta. Tutti erano concentrati su un unico pensiero: uscire bene dalla porta. Per farlo bisognava effettuare un salto in avanti e leggermente in alto; bisognava tenere le gambe unite e i gomiti stretti sui fianchi, le mani dovevano essere appoggiate sul paracadute di emergenza, con la destra a contatto con la maniglia d’apertura, mentre la testa andava tenuta bassa, con il mento a toccare lo sterno. Questa era l’esatta posizione per un’uscita corretta.
Ma in quegli attimi non era l’unica cosa cui si pensava. Lui, ad esempio, fu assalito dai dubbi: - E se non si apre? E se qualcosa va storto? Me la saprò cavare? -.
Pensò ai suoi cari. Sua moglie a quell’ora doveva essere a lavoro, mentre i suoi figli dovevano essere a scuola. Li avrebbe sentiti al telefono, nel primo pomeriggio, per avvertirli che tutto si era svolto nel migliore dei modi.
- Ma chi me lo ha fatto fare? -, pensò ancora.
Ma non c’era più tempo per le paure. Il D.L., ancora con i gesti, richiamò la loro attenzione e con le dita comunicò che mancavano dieci minuti al lancio, facendo segno, contemporaneamente, di sganciare le cinture di sicurezza che li tenevano ancorati alle scomode seggiole.
Erano in settanta nell’aereo. Sarebbero usciti quattordici per volta ad ogni passaggio: sette dalla porta di sinistra, gli altri sette da quella di destra. L’aereo doveva effettuare cinque passaggi per paracadutarli tutti. Lui era il secondo del primo passaggio. Sarebbe uscito dalla porta di sinistra.
A sei minuti, il D.L. ordinò: - Primo passaggio, in piedi! -, e subito dopo: - Agganciare! -. Si sentirono gli scatti metallici dei moschettoni delle funi di vincolo che andavano ad agganciarsi sul cavo statico . Il D.L. passò a controllare che tutti avessero eseguito correttamente l’operazione.
La fune di vincolo è un elemento molto importante. Permette di comandare il congegno a strappo per l’apertura automatica del paracadute. E’ essenziale che sia ben fissata al cavo statico. Dal momento dell’aggancio, va saldamente impugnata e trascinata avanti. Solo prima dell’uscita essa va lasciata e, srotolandosi, assolve la sua vitale funzione.
Ricordò che alle prime lezioni gli istruttori l’avevano paragonata al cordone ombelicale. E, come questo serve a mantenere il vitale contatto tra madre e figlio, fino al momento del parto, così la fune di vincolo mantiene, fino all’ultimo, il contatto tra il paracadutista e l’aereo. Ricordò pure che, una delle prime volte che si era lanciato, era stato seduto vicino a un cappellano militare, anche lui paracadutista. In quell’occasione il religioso si era espresso in questi termini:
- Quando siamo quassù, siamo tutti uguali, proprio come quando le nostre madri ci partoriscono -.
Gli veniva sempre alla mente quell’eccentrica frase, quando si trovava lassù.
Il D.L. si sistemò di fianco alla porta e diede l’ordine, accompagnandolo sempre con i gesti, di controllare l’equipaggiamento. In questa fase, l’uomo che sta dietro controlla che il paracadute di quello che lo precede sia in ordine: nessuna tasca aperta, tutte le cinghie ben strette. Si controlla, soprattutto, che la fune di vincolo non abbia impedimenti, che non passi intorno al collo. Gli ultimi due della fila si controllano a vicenda.
Subito dopo il D.L. ordinò: - Chiamata di controllo! -. Ora la sua voce era udibile. L’attenzione di tutti era al culmine. Non c’era più spazio per gli errori.
Dall’ultimo uomo della fila arrivò, con un grido imperioso: - Sette bene! -.
Subito dopo: - Sei bene! Cinque bene! -. E via via tutti gli altri, fino al primo.
Si rese conto che le cinghie del suo paracadute stringevano troppo e gli comprimevano l’inguine, il torace e le spalle. Il peso e la costrizione erano divenuti insopportabili. Disse fra sé:
- Finalmente tra poco sarà tutto finito. Mi libererò da questo peso e dalla sofferenza delle cinghie -.
Il D.L. ordinò: - Un minuto! Serrate! -. Lo stesso avvenne all’altra porta, quella di destra, con il secondo D.L.
A tale ordine il primo uomo avanzò fino a raggiungere la porta. Tutti gli altri lo seguirono con piccoli passi cadenzati.
L’aereo intanto aveva terminato l’ultima virata, aveva livellato il suo assetto e si era allineato alla zona di lancio.
- Che magnifico panorama si vede da quassù! -, pensò, guardando il suolo che appariva abbastanza lontano e, per questo motivo, molto più invitante.
Subito dopo si accese la luce verde e il D.L. urlò: - Cinque secondi! Alla porta! -.
Il primo uomo delle due file, con due passi, si sistemò sulla porta con le mani appoggiate all’esterno della fusoliera, le gambe leggermente flesse con un piede avanzato. Aspettava il via che, da lì a qualche secondo, gli sarebbe stato dato per saltare fuori.
Il via, con la classica pacca sulle spalle, ora, veniva dato solo al primo uomo della porta di sinistra. Poi, a seguire, tutti gli altri uscivano in fretta, senza soluzione di continuità, senza esitazioni, prima tutti quelli della porta di sinistra, poi tutti quelli della porta di destra. Si saltava giù, come in un carosello da circo.
Aveva lo sguardo fisso al D.L.. Sapeva che, quando avrebbe toccato la spalla dell’uomo che lo precedeva, questi sarebbe schizzato via e che, appena la luce della porta fosse rimasta vuota, sarebbe toccato a lui.
Il via echeggiò forte, impetuoso e, come aveva immaginato, vide il primo uomo che, senza esitare un solo attimo, si catapultò fuori. Neanche il tempo di pensarci su una volta e, dopo due passi, era fuori anche lui.
Iniziò a contare: - Milleuno, milledue, milletré... -. Ma non arrivò a millecinque, perché avvertì distintamente che la calotta del suo paracadute si stava gonfiando. Sentì lo shock d’apertura . Istintivamente andò ad impugnare le bretelle, mentre alzò la testa verso la calotta, per controllare che fosse completamente aperta. Si accorse di avere due, tre giri di avvitamento che impedivano la completa apertura della stessa. Spontanea, gli uscì un’imprecazione: - Apriti, non fare lo stronzo -. Con le mani allargò le bretelle, il corpo ruotò sul suo asse, due, tre volte, divaricò le gambe per fermare il movimento di rotazione: l’avvitamento era stato eliminato e la calotta del suo paracadute ora era completamente aperta.
Guardò dietro di sé, verso l’aereo. Vide gli altri che continuavano ancora ad uscire: affollavano il cielo. Guardò a terra, cercò il fumogeno per vedere la direzione del vento e per capire quanto fosse intenso. Il vento era leggerissimo e proveniva dalla sua sinistra. Per sua tranquillità decise di allontanarsi da quel mucchio selvaggio che, sopra di lui, continuava ad essere vomitato dal ventre del mastodontico aereo. Iniziò, perciò, a trazionare contemporaneamente le bretelle di destra, per andare verso quella direzione, per favorire la deriva, a favore di vento.
Decise pure di fare il giro d’orizzonte , prima verso sinistra, poi verso destra. Tutto era libero intorno. Non c’era alcun pericolo di collisione con altri paracadutisti.
Guardò di sotto, per osservare la zona dove fra qualche decina di secondi avrebbe toccato il suolo. Era un campo incolto. Non c’erano alberi, né c’erano altri ostacoli. Tutto filava liscio. Assaporò ancora per qualche secondo quella sensazione di beatitudine che provava. Gli sembrava di essere leggero come una piuma in balia di un leggero soffio di vento. Si lasciò cullare da quel lieve ciondolio, mentre nel silenzio, appena rotto da qualche rumore ovattato, scivolava lentamente ed inesorabilmente verso il suolo.
Ricordò di avere portato con sé una piccola macchina fotografica, del tipo usa e getta.
- Almeno se si rompe o va persa non sarà un grande danno -, aveva pensato.
Era custodita in una tasca della tuta. In un attimo la tirò fuori; se la sistemò al polso mediante un elastico; scelse qualche inquadratura suggestiva ed iniziò a scattare: tre, quattro pose, in rapida successione.
Ma il suolo era ormai vicino. Doveva prepararsi all’atterraggio. Non c’era più tempo per riporre in tasca la macchina e la mantenne, ciondolante, al polso.
Notò qualche zolla di terra un pò più smossa, pensò che lì l’atterraggio sarebbe stato più morbido e provò a raggiungere quella zona. Era davanti a lui, una trentina di metri più giù. Con le mani tirò in basso le bretelle anteriori, si spostò leggermente in avanti, ma la zolla era ancora troppo lontana ed il suolo era distante sì e no una quindicina di metri: troppo vicino, ancora qualche secondo e ci sarebbe stato l’impatto.
- Fa niente! Atterrerò qui -.
Il suo movimento era leggermente in avanti. Per frenare, anche se di poco, la velocità di caduta, accennò appena a tirare le bretelle posteriori e quando vide che la caduta era quasi perpendicolare, tornò a trazionare quelle anteriori.
- Ecco! Ci siamo -.
Mantenne le gambe ed i piedi uniti, con gli avampiedi inclinati verso il basso a cercare il suolo. Finì di trazionare e distese le braccia verso l’alto, tenendo sempre le mani sulle bretelle. Toccò terra con gli avampiedi, ammortizzò l’impatto con le ginocchia e si buttò di lato a cercare il suolo con il gluteo destro, roteò con il corpo verso sinistra e, poi, puntò il piede destro contro il terreno.
- Ecco! E’ fatta! -, disse a se stesso, - Tutto è andato bene -. Rimase a terra in quella posizione ancora per un attimo. Stette ad osservare la calotta del suo paracadute che nel frattempo aveva anch’essa raggiunto il suolo e andava afflosciandosi. Poi si liberò dall’imbracatura; si rimise in piedi e con le braccia rivolte verso l’alto e a pugni stretti emise un grido di esultanza. Scaricò così tutta la tensione accumulata nelle ore che avevano preceduto l’aviolancio.
Mentre riavvolgeva alla meglio il paracadute, per poi raggiungere il posto di raccolta insieme con gli altri del suo gruppo che lo stavano raggiungendo, si sorprese a pensare tra sé: - L’anno prossimo ci riprovo -.
Tra pochi minuti avrebbero raggiunto la zona di lancio. I portelloni laterali del gigantesco aereo da trasporto sarebbero stati aperti e quelli che si trovavano nei loro pressi avrebbero avuto tutto il tempo di godersi l’impareggiabile spettacolo di una fetta di mondo vista dall’alto. Anche lui era fra quelli.
Da lassù tutto appariva ordinato: le case, le strade, i campi dai confini netti. Non sembrava proprio che laggiù, invece, tutto fosse caotico, indistinto, rumoroso.
Anche se la quota non era molto elevata, 1600-1700 piedi al massimo, di tanto in tanto il vapore di qualche nuvola investiva la fusoliera dell’aereo. Quando questo accadeva con i portelloni aperti, il vapore penetrava all’interno, divenendo quasi palpabile prima di dissolversi o prima di uscire di nuovo, risucchiato dalla porta opposta.
Anche quella volta era arrivato alla Scuola Militare di Paracadutismo due giorni prima, insieme a tanti altri.
Provenivano dai luoghi più disparati: ufficiali e sottufficiali appartenenti alle varie Armi e ai vari Corpi. Tutti si trovavano lì per il medesimo scopo: il lancio di allenamento annuale con il paracadute.
Come per festeggiare un anniversario, s’incontravano in quel luogo ed erano quasi sempre gli stessi. Ogni tanto qualche volto nuovo si aggiungeva al già numeroso gruppo, a colmare l’assenza di qualcuno, trattenuto da altri impegni.
Tutto si svolgeva da anni nell’identica maniera, come per un rito. D’altronde l’attività della Scuola era frenetica. Non c’era tempo per convenevoli di sorta. S’iniziava subito lo stesso giorno dell’arrivo.
Li conducevano in palestra, per rinfrescare le nozioni delle fasi principali di un aviolancio.
Come sempre, gli istruttori iniziavano con la fase prelancistica: controllo dei paracadute e prove di adattamento degli stessi. Poi passavano ad esaminare il comportamento in volo.
Era usato una specie di simulatore a terra, chiamato falsa carlinga. Prendevano posto, come se fossero stati realmente seduti all’interno di un aereo. Gli istruttori spiegavano minuziosamente tutti gli ordini che sarebbero stati loro impartiti dal momento del decollo e fino a quello di saltare fuori, nel vuoto.
In realtà, più che udire, bisognava stare attenti alla mimica che accompagnava ogni singolo ordine, perché il fragoroso rumore dei motori avrebbe coperto le voci.
Infine, da quello stesso strumento di addestramento, provavano l’uscita. Simulavano l’uscita prima da una porta, poi dall’altra. Gli istruttori erano molto pignoli su questa parte della lezione e facevano provare l’uscita quattro, cinque, anche dieci volte, se necessario, e fino a che non la giudicavano sufficientemente corretta, perché ripetevano: “Da una buona uscita dipende la perfetta apertura del paracadute e, quindi, la vostra incolumità”.
Ma, ai più, l’incertezza dell’allenamento non dava pensiero, perché sapevano che al momento opportuno le impercettibili scariche di adrenalina li avrebbero resi tutti cazzuti e avrebbero affrontato il delicato momento del salto nel vuoto con la massima determinazione.
Prima della pausa per il pranzo, c’era ancora tempo per provare l’arrivo a terra: l’impatto con il suolo che molti temevano.
Per provare le cadute usavano delle carrucole, alle quali si aggrappavano con le mani per mezzo di cinghie che penzolavano dai quattro lati. Il tragitto era breve, cinque o sei metri, e poi si lasciavano cadere giù, da un’altezza di poco più di un metro. L’impatto non era precisamente lo stesso di quello reale, quando si toccava il suolo dopo aver percorso circa cinquecento metri di caduta seppure frenata, ma l’esercizio permetteva di correggere gli errori più comuni commessi in fase di atterraggio e che potevano provocare traumi alle caviglie, alle ginocchia, alla colonna vertebrale.
Anche in questo caso gli istruttori, con professionale pignoleria, facevano provare tutte le cadute previste: in avanti, laterali e all’indietro.
Dopo la pausa del pranzo che si consumava presso la mensa della stessa Scuola, l’addestramento riprendeva con la torre.
Erano distribuiti un paracadute di emergenza ed un’imbracatura simile a quella del paracadute principale, che ognuno adattava al proprio corpo. Al posto della calotta del paracadute fuoriuscivano due grosse cinghie, alle cui estremità erano fissati dei robusti moschettoni. Poi raggiungevano un’area dove s’innalzavano due grosse torri alte all’incirca sedici metri.
E’ ovvio pensare che quella parte di lezione prevedeva che si lanciassero da lassù, assicurati ad un’altra carrucola, che scorreva sopra un cavo d’acciaio lungo un centinaio di metri.
Sulla sommità della torre l’effetto dell’uscita dall’aereo e quello della caduta nel vuoto erano molto più realistici.
L’esercizio, a detta degli istruttori, era necessario per valutare il comportamento sulla porta del velivolo, qualche secondo prima del salto.
A guardare di sotto, l’istinto di conservazione, la repulsione al suolo, per definirlo con un termine tecnico, suggeriva di usare le scale per tornare giù. Ma, una volta agganciati alla carrucola e sistemati sulla porta di uscita, rifiutare l’esercizio poteva significare la rinuncia all’aviolancio, il ritorno a casa, il rientro al proprio Reparto, ammettendo di non avercela fatta.
Il brevetto di paracadutista l’aveva conseguito oltre vent’anni prima, ad inizio di carriera, sempre lì alla S.Mi.Par. .
Aveva dovuto superare una severa selezione ed aveva sostenuto un duro allenamento, per il quale, tutt’oggi, ne andava ancora fiero.
L’intensa giornata si concludeva a fine istruzioni ed all’albo della palestra veniva affisso l’ordine di lancio, programmato per l’indomani mattina. Quella volta, egli sarebbe stato il secondo alla porta.
La notte l’aveva trascorsa in maniera tranquilla, anche se di tanto in tanto il pensiero era andato all’attività del mattino seguente. Ma la sua mente non si era soffermata molto su quel particolare, perché, da lì a poche ore, lo attendeva la classica levataccia.
Dalla Scuola, per mezzo di autobus, erano stati trasportati nella parte militare dell’aeroporto di S. Giusto. Erano giunti all’aerocampo qualche minuto prima delle otto ed il cielo era apparso subito incerto. C’erano molte formazioni di nubi in quota e soffiava pure un discreto vento di tramontana che contribuiva a mantenere rigida la temperatura.
Il giorno dei lanci era un giorno un pò speciale per tutti: per chi doveva affrontare la prova ed anche per il personale che aveva la responsabilità dell’organizzazione.
Sarebbe fuori luogo elencare, qui, tutta l’organizzazione tattico-logistica che grava intorno a tale attività. Ma essa é di sicuro imponente. Per questo motivo il giorno stabilito tutti erano impazienti di cominciare, in particolar modo loro, in quanto sapevano che dopo quell’occasione difficilmente se ne sarebbe ripresentata subito un’altra: come minimo, avrebbero dovuto attendere un altr’anno.
Per la Scuola, invece, quell’attività era normale amministrazione, era routine quotidiana, anche se l’imprevisto era sempre in agguato, non fosse altro che per le avverse condizioni meteorologiche.
Proprio a causa delle cattive condizioni meteo, gli era già capitato una volta, di recente, di ritornare indietro senza aver potuto effettuare il lancio. Ci era rimasto molto male.
Soprattutto perché aveva atteso invano, per oltre tre giorni, che si fosse aperto uno spiraglio di tempo buono, un piccolo spazio, un breve intervallo, per consentire il decollo dell’aereo.
Per indicare l’insieme delle condizioni meteo necessarie all’effettuazione di aviolanci in tutta sicurezza, viene adottato il termine “ZIC”. Due sono le principali condizioni alle quali bisogna sottostare: la visibilità e l’intensità del vento. Ci sono tre stadi di ZIC. Con ZIC UNO si parte. ZIC DUE sta ad indicare una sospensione momentanea dell’attività, dovuta ad un aumento dell’intensità del vento oppure ad un peggioramento della visibilità. ZIC TRE é, invece, quello che mai nessuno vorrebbe che fosse pronunciato, perché con tale condizione c’è lo spianto totale. Vuol dire che per quel giorno l’attività è sospesa, irrimediabilmente.
Quel mattino il contemporaneo ZIC UNO, dalla pista di decollo e dalla zona di lancio, era arrivato intorno alle dieci. In pochi minuti avevano completato tutte le operazioni previste prima dell’imbarco. Poi, finalmente erano saliti a bordo del fragoroso C-130 Hercules.
Erano già trascorsi una decina di minuti dal decollo. - Tra venti minuti saremo sulla zona di lancio -, pensò.
Guardò in viso tutti quelli che erano alla sua portata. Cercava di capire se anche loro fossero stati assaliti da una certa inquietudine. E li vide freddi, assenti.
- Sì! Forse anche loro sono stati assaliti dai miei stessi timori -, pensò ancora.
Il Direttore di Lancio richiamò a gesti la loro attenzione e con le mani fece segno che mancavano venti minuti al lancio. Subito dopo, coadiuvato dal secondo D.L. e da uno dei membri dell’equipaggio, aprì le pesanti porte laterali.
L’assordante rumore dei motori crebbe d’intensità, un turbinio d’aria fredda s’insinuò all’interno del velivolo e con essa anche il vapore di qualche nube.
Diede un’occhiata giù, attraverso la porta che gli stava di fronte. Stimò un’altezza di circa 2.000 piedi. Vide, attraverso i filamenti di una candida nuvola, le case sottostanti, i campi coltivati, di varie forme e dai vivaci colori.
Nell’aereo l’attenzione di ognuno era cresciuta. Tutti erano concentrati su un unico pensiero: uscire bene dalla porta. Per farlo bisognava effettuare un salto in avanti e leggermente in alto; bisognava tenere le gambe unite e i gomiti stretti sui fianchi, le mani dovevano essere appoggiate sul paracadute di emergenza, con la destra a contatto con la maniglia d’apertura, mentre la testa andava tenuta bassa, con il mento a toccare lo sterno. Questa era l’esatta posizione per un’uscita corretta.
Ma in quegli attimi non era l’unica cosa cui si pensava. Lui, ad esempio, fu assalito dai dubbi: - E se non si apre? E se qualcosa va storto? Me la saprò cavare? -.
Pensò ai suoi cari. Sua moglie a quell’ora doveva essere a lavoro, mentre i suoi figli dovevano essere a scuola. Li avrebbe sentiti al telefono, nel primo pomeriggio, per avvertirli che tutto si era svolto nel migliore dei modi.
- Ma chi me lo ha fatto fare? -, pensò ancora.
Ma non c’era più tempo per le paure. Il D.L., ancora con i gesti, richiamò la loro attenzione e con le dita comunicò che mancavano dieci minuti al lancio, facendo segno, contemporaneamente, di sganciare le cinture di sicurezza che li tenevano ancorati alle scomode seggiole.
Erano in settanta nell’aereo. Sarebbero usciti quattordici per volta ad ogni passaggio: sette dalla porta di sinistra, gli altri sette da quella di destra. L’aereo doveva effettuare cinque passaggi per paracadutarli tutti. Lui era il secondo del primo passaggio. Sarebbe uscito dalla porta di sinistra.
A sei minuti, il D.L. ordinò: - Primo passaggio, in piedi! -, e subito dopo: - Agganciare! -. Si sentirono gli scatti metallici dei moschettoni delle funi di vincolo che andavano ad agganciarsi sul cavo statico . Il D.L. passò a controllare che tutti avessero eseguito correttamente l’operazione.
La fune di vincolo è un elemento molto importante. Permette di comandare il congegno a strappo per l’apertura automatica del paracadute. E’ essenziale che sia ben fissata al cavo statico. Dal momento dell’aggancio, va saldamente impugnata e trascinata avanti. Solo prima dell’uscita essa va lasciata e, srotolandosi, assolve la sua vitale funzione.
Ricordò che alle prime lezioni gli istruttori l’avevano paragonata al cordone ombelicale. E, come questo serve a mantenere il vitale contatto tra madre e figlio, fino al momento del parto, così la fune di vincolo mantiene, fino all’ultimo, il contatto tra il paracadutista e l’aereo. Ricordò pure che, una delle prime volte che si era lanciato, era stato seduto vicino a un cappellano militare, anche lui paracadutista. In quell’occasione il religioso si era espresso in questi termini:
- Quando siamo quassù, siamo tutti uguali, proprio come quando le nostre madri ci partoriscono -.
Gli veniva sempre alla mente quell’eccentrica frase, quando si trovava lassù.
Il D.L. si sistemò di fianco alla porta e diede l’ordine, accompagnandolo sempre con i gesti, di controllare l’equipaggiamento. In questa fase, l’uomo che sta dietro controlla che il paracadute di quello che lo precede sia in ordine: nessuna tasca aperta, tutte le cinghie ben strette. Si controlla, soprattutto, che la fune di vincolo non abbia impedimenti, che non passi intorno al collo. Gli ultimi due della fila si controllano a vicenda.
Subito dopo il D.L. ordinò: - Chiamata di controllo! -. Ora la sua voce era udibile. L’attenzione di tutti era al culmine. Non c’era più spazio per gli errori.
Dall’ultimo uomo della fila arrivò, con un grido imperioso: - Sette bene! -.
Subito dopo: - Sei bene! Cinque bene! -. E via via tutti gli altri, fino al primo.
Si rese conto che le cinghie del suo paracadute stringevano troppo e gli comprimevano l’inguine, il torace e le spalle. Il peso e la costrizione erano divenuti insopportabili. Disse fra sé:
- Finalmente tra poco sarà tutto finito. Mi libererò da questo peso e dalla sofferenza delle cinghie -.
Il D.L. ordinò: - Un minuto! Serrate! -. Lo stesso avvenne all’altra porta, quella di destra, con il secondo D.L.
A tale ordine il primo uomo avanzò fino a raggiungere la porta. Tutti gli altri lo seguirono con piccoli passi cadenzati.
L’aereo intanto aveva terminato l’ultima virata, aveva livellato il suo assetto e si era allineato alla zona di lancio.
- Che magnifico panorama si vede da quassù! -, pensò, guardando il suolo che appariva abbastanza lontano e, per questo motivo, molto più invitante.
Subito dopo si accese la luce verde e il D.L. urlò: - Cinque secondi! Alla porta! -.
Il primo uomo delle due file, con due passi, si sistemò sulla porta con le mani appoggiate all’esterno della fusoliera, le gambe leggermente flesse con un piede avanzato. Aspettava il via che, da lì a qualche secondo, gli sarebbe stato dato per saltare fuori.
Il via, con la classica pacca sulle spalle, ora, veniva dato solo al primo uomo della porta di sinistra. Poi, a seguire, tutti gli altri uscivano in fretta, senza soluzione di continuità, senza esitazioni, prima tutti quelli della porta di sinistra, poi tutti quelli della porta di destra. Si saltava giù, come in un carosello da circo.
Aveva lo sguardo fisso al D.L.. Sapeva che, quando avrebbe toccato la spalla dell’uomo che lo precedeva, questi sarebbe schizzato via e che, appena la luce della porta fosse rimasta vuota, sarebbe toccato a lui.
Il via echeggiò forte, impetuoso e, come aveva immaginato, vide il primo uomo che, senza esitare un solo attimo, si catapultò fuori. Neanche il tempo di pensarci su una volta e, dopo due passi, era fuori anche lui.
Iniziò a contare: - Milleuno, milledue, milletré... -. Ma non arrivò a millecinque, perché avvertì distintamente che la calotta del suo paracadute si stava gonfiando. Sentì lo shock d’apertura . Istintivamente andò ad impugnare le bretelle, mentre alzò la testa verso la calotta, per controllare che fosse completamente aperta. Si accorse di avere due, tre giri di avvitamento che impedivano la completa apertura della stessa. Spontanea, gli uscì un’imprecazione: - Apriti, non fare lo stronzo -. Con le mani allargò le bretelle, il corpo ruotò sul suo asse, due, tre volte, divaricò le gambe per fermare il movimento di rotazione: l’avvitamento era stato eliminato e la calotta del suo paracadute ora era completamente aperta.
Guardò dietro di sé, verso l’aereo. Vide gli altri che continuavano ancora ad uscire: affollavano il cielo. Guardò a terra, cercò il fumogeno per vedere la direzione del vento e per capire quanto fosse intenso. Il vento era leggerissimo e proveniva dalla sua sinistra. Per sua tranquillità decise di allontanarsi da quel mucchio selvaggio che, sopra di lui, continuava ad essere vomitato dal ventre del mastodontico aereo. Iniziò, perciò, a trazionare contemporaneamente le bretelle di destra, per andare verso quella direzione, per favorire la deriva, a favore di vento.
Decise pure di fare il giro d’orizzonte , prima verso sinistra, poi verso destra. Tutto era libero intorno. Non c’era alcun pericolo di collisione con altri paracadutisti.
Guardò di sotto, per osservare la zona dove fra qualche decina di secondi avrebbe toccato il suolo. Era un campo incolto. Non c’erano alberi, né c’erano altri ostacoli. Tutto filava liscio. Assaporò ancora per qualche secondo quella sensazione di beatitudine che provava. Gli sembrava di essere leggero come una piuma in balia di un leggero soffio di vento. Si lasciò cullare da quel lieve ciondolio, mentre nel silenzio, appena rotto da qualche rumore ovattato, scivolava lentamente ed inesorabilmente verso il suolo.
Ricordò di avere portato con sé una piccola macchina fotografica, del tipo usa e getta.
- Almeno se si rompe o va persa non sarà un grande danno -, aveva pensato.
Era custodita in una tasca della tuta. In un attimo la tirò fuori; se la sistemò al polso mediante un elastico; scelse qualche inquadratura suggestiva ed iniziò a scattare: tre, quattro pose, in rapida successione.
Ma il suolo era ormai vicino. Doveva prepararsi all’atterraggio. Non c’era più tempo per riporre in tasca la macchina e la mantenne, ciondolante, al polso.
Notò qualche zolla di terra un pò più smossa, pensò che lì l’atterraggio sarebbe stato più morbido e provò a raggiungere quella zona. Era davanti a lui, una trentina di metri più giù. Con le mani tirò in basso le bretelle anteriori, si spostò leggermente in avanti, ma la zolla era ancora troppo lontana ed il suolo era distante sì e no una quindicina di metri: troppo vicino, ancora qualche secondo e ci sarebbe stato l’impatto.
- Fa niente! Atterrerò qui -.
Il suo movimento era leggermente in avanti. Per frenare, anche se di poco, la velocità di caduta, accennò appena a tirare le bretelle posteriori e quando vide che la caduta era quasi perpendicolare, tornò a trazionare quelle anteriori.
- Ecco! Ci siamo -.
Mantenne le gambe ed i piedi uniti, con gli avampiedi inclinati verso il basso a cercare il suolo. Finì di trazionare e distese le braccia verso l’alto, tenendo sempre le mani sulle bretelle. Toccò terra con gli avampiedi, ammortizzò l’impatto con le ginocchia e si buttò di lato a cercare il suolo con il gluteo destro, roteò con il corpo verso sinistra e, poi, puntò il piede destro contro il terreno.
- Ecco! E’ fatta! -, disse a se stesso, - Tutto è andato bene -. Rimase a terra in quella posizione ancora per un attimo. Stette ad osservare la calotta del suo paracadute che nel frattempo aveva anch’essa raggiunto il suolo e andava afflosciandosi. Poi si liberò dall’imbracatura; si rimise in piedi e con le braccia rivolte verso l’alto e a pugni stretti emise un grido di esultanza. Scaricò così tutta la tensione accumulata nelle ore che avevano preceduto l’aviolancio.
Mentre riavvolgeva alla meglio il paracadute, per poi raggiungere il posto di raccolta insieme con gli altri del suo gruppo che lo stavano raggiungendo, si sorprese a pensare tra sé: - L’anno prossimo ci riprovo -.
