sabato 1 marzo 2008

Una forte emozione

Ancora una volta si trovava lì: allacciato alla seggiola di un gigantesco aereo da trasporto militare. Erano in tanti ed erano accalcati l’uno di fianco all’altro, l’uno di fronte all’altro, nell’immenso ventre dell’Hercules C-130, che li accoglieva come il ventre di una madre generosa.
Tra pochi minuti avrebbero raggiunto la zona di lancio. I portelloni laterali del gigantesco aereo da trasporto sarebbero stati aperti e quelli che si trovavano nei loro pressi avrebbero avuto tutto il tempo di godersi l’impareggiabile spettacolo di una fetta di mondo vista dall’alto. Anche lui era fra quelli.
Da lassù tutto appariva ordinato: le case, le strade, i campi dai confini netti. Non sembrava proprio che laggiù, invece, tutto fosse caotico, indistinto, rumoroso.
Anche se la quota non era molto elevata, 1600-1700 piedi al massimo, di tanto in tanto il vapore di qualche nuvola investiva la fusoliera dell’aereo. Quando questo accadeva con i portelloni aperti, il vapore penetrava all’interno, divenendo quasi palpabile prima di dissolversi o prima di uscire di nuovo, risucchiato dalla porta opposta.
Anche quella volta era arrivato alla Scuola Militare di Paracadutismo due giorni prima, insieme a tanti altri.
Provenivano dai luoghi più disparati: ufficiali e sottufficiali appartenenti alle varie Armi e ai vari Corpi. Tutti si trovavano lì per il medesimo scopo: il lancio di allenamento annuale con il paracadute.
Come per festeggiare un anniversario, s’incontravano in quel luogo ed erano quasi sempre gli stessi. Ogni tanto qualche volto nuovo si aggiungeva al già numeroso gruppo, a colmare l’assenza di qualcuno, trattenuto da altri impegni.
Tutto si svolgeva da anni nell’identica maniera, come per un rito. D’altronde l’attività della Scuola era frenetica. Non c’era tempo per convenevoli di sorta. S’iniziava subito lo stesso giorno dell’arrivo.
Li conducevano in palestra, per rinfrescare le nozioni delle fasi principali di un aviolancio.
Come sempre, gli istruttori iniziavano con la fase prelancistica: controllo dei paracadute e prove di adattamento degli stessi. Poi passavano ad esaminare il comportamento in volo.
Era usato una specie di simulatore a terra, chiamato falsa carlinga. Prendevano posto, come se fossero stati realmente seduti all’interno di un aereo. Gli istruttori spiegavano minuziosamente tutti gli ordini che sarebbero stati loro impartiti dal momento del decollo e fino a quello di saltare fuori, nel vuoto.
In realtà, più che udire, bisognava stare attenti alla mimica che accompagnava ogni singolo ordine, perché il fragoroso rumore dei motori avrebbe coperto le voci.
Infine, da quello stesso strumento di addestramento, provavano l’uscita. Simulavano l’uscita prima da una porta, poi dall’altra. Gli istruttori erano molto pignoli su questa parte della lezione e facevano provare l’uscita quattro, cinque, anche dieci volte, se necessario, e fino a che non la giudicavano sufficientemente corretta, perché ripetevano: “Da una buona uscita dipende la perfetta apertura del paracadute e, quindi, la vostra incolumità”.
Ma, ai più, l’incertezza dell’allenamento non dava pensiero, perché sapevano che al momento opportuno le impercettibili scariche di adrenalina li avrebbero resi tutti cazzuti e avrebbero affrontato il delicato momento del salto nel vuoto con la massima determinazione.
Prima della pausa per il pranzo, c’era ancora tempo per provare l’arrivo a terra: l’impatto con il suolo che molti temevano.
Per provare le cadute usavano delle carrucole, alle quali si aggrappavano con le mani per mezzo di cinghie che penzolavano dai quattro lati. Il tragitto era breve, cinque o sei metri, e poi si lasciavano cadere giù, da un’altezza di poco più di un metro. L’impatto non era precisamente lo stesso di quello reale, quando si toccava il suolo dopo aver percorso circa cinquecento metri di caduta seppure frenata, ma l’esercizio permetteva di correggere gli errori più comuni commessi in fase di atterraggio e che potevano provocare traumi alle caviglie, alle ginocchia, alla colonna vertebrale.
Anche in questo caso gli istruttori, con professionale pignoleria, facevano provare tutte le cadute previste: in avanti, laterali e all’indietro.
Dopo la pausa del pranzo che si consumava presso la mensa della stessa Scuola, l’addestramento riprendeva con la torre.
Erano distribuiti un paracadute di emergenza ed un’imbracatura simile a quella del paracadute principale, che ognuno adattava al proprio corpo. Al posto della calotta del paracadute fuoriuscivano due grosse cinghie, alle cui estremità erano fissati dei robusti moschettoni. Poi raggiungevano un’area dove s’innalzavano due grosse torri alte all’incirca sedici metri.
E’ ovvio pensare che quella parte di lezione prevedeva che si lanciassero da lassù, assicurati ad un’altra carrucola, che scorreva sopra un cavo d’acciaio lungo un centinaio di metri.
Sulla sommità della torre l’effetto dell’uscita dall’aereo e quello della caduta nel vuoto erano molto più realistici.
L’esercizio, a detta degli istruttori, era necessario per valutare il comportamento sulla porta del velivolo, qualche secondo prima del salto.
A guardare di sotto, l’istinto di conservazione, la repulsione al suolo, per definirlo con un termine tecnico, suggeriva di usare le scale per tornare giù. Ma, una volta agganciati alla carrucola e sistemati sulla porta di uscita, rifiutare l’esercizio poteva significare la rinuncia all’aviolancio, il ritorno a casa, il rientro al proprio Reparto, ammettendo di non avercela fatta.
Il brevetto di paracadutista l’aveva conseguito oltre vent’anni prima, ad inizio di carriera, sempre lì alla S.Mi.Par. .
Aveva dovuto superare una severa selezione ed aveva sostenuto un duro allenamento, per il quale, tutt’oggi, ne andava ancora fiero.
L’intensa giornata si concludeva a fine istruzioni ed all’albo della palestra veniva affisso l’ordine di lancio, programmato per l’indomani mattina. Quella volta, egli sarebbe stato il secondo alla porta.
La notte l’aveva trascorsa in maniera tranquilla, anche se di tanto in tanto il pensiero era andato all’attività del mattino seguente. Ma la sua mente non si era soffermata molto su quel particolare, perché, da lì a poche ore, lo attendeva la classica levataccia.
Dalla Scuola, per mezzo di autobus, erano stati trasportati nella parte militare dell’aeroporto di S. Giusto. Erano giunti all’aerocampo qualche minuto prima delle otto ed il cielo era apparso subito incerto. C’erano molte formazioni di nubi in quota e soffiava pure un discreto vento di tramontana che contribuiva a mantenere rigida la temperatura.
Il giorno dei lanci era un giorno un pò speciale per tutti: per chi doveva affrontare la prova ed anche per il personale che aveva la responsabilità dell’organizzazione.
Sarebbe fuori luogo elencare, qui, tutta l’organizzazione tattico-logistica che grava intorno a tale attività. Ma essa é di sicuro imponente. Per questo motivo il giorno stabilito tutti erano impazienti di cominciare, in particolar modo loro, in quanto sapevano che dopo quell’occasione difficilmente se ne sarebbe ripresentata subito un’altra: come minimo, avrebbero dovuto attendere un altr’anno.
Per la Scuola, invece, quell’attività era normale amministrazione, era routine quotidiana, anche se l’imprevisto era sempre in agguato, non fosse altro che per le avverse condizioni meteorologiche.
Proprio a causa delle cattive condizioni meteo, gli era già capitato una volta, di recente, di ritornare indietro senza aver potuto effettuare il lancio. Ci era rimasto molto male.
Soprattutto perché aveva atteso invano, per oltre tre giorni, che si fosse aperto uno spiraglio di tempo buono, un piccolo spazio, un breve intervallo, per consentire il decollo dell’aereo.
Per indicare l’insieme delle condizioni meteo necessarie all’effettuazione di aviolanci in tutta sicurezza, viene adottato il termine “ZIC”. Due sono le principali condizioni alle quali bisogna sottostare: la visibilità e l’intensità del vento. Ci sono tre stadi di ZIC. Con ZIC UNO si parte. ZIC DUE sta ad indicare una sospensione momentanea dell’attività, dovuta ad un aumento dell’intensità del vento oppure ad un peggioramento della visibilità. ZIC TRE é, invece, quello che mai nessuno vorrebbe che fosse pronunciato, perché con tale condizione c’è lo spianto totale. Vuol dire che per quel giorno l’attività è sospesa, irrimediabilmente.
Quel mattino il contemporaneo ZIC UNO, dalla pista di decollo e dalla zona di lancio, era arrivato intorno alle dieci. In pochi minuti avevano completato tutte le operazioni previste prima dell’imbarco. Poi, finalmente erano saliti a bordo del fragoroso C-130 Hercules.
Erano già trascorsi una decina di minuti dal decollo. - Tra venti minuti saremo sulla zona di lancio -, pensò.
Guardò in viso tutti quelli che erano alla sua portata. Cercava di capire se anche loro fossero stati assaliti da una certa inquietudine. E li vide freddi, assenti.
- Sì! Forse anche loro sono stati assaliti dai miei stessi timori -, pensò ancora.
Il Direttore di Lancio richiamò a gesti la loro attenzione e con le mani fece segno che mancavano venti minuti al lancio. Subito dopo, coadiuvato dal secondo D.L. e da uno dei membri dell’equipaggio, aprì le pesanti porte laterali.
L’assordante rumore dei motori crebbe d’intensità, un turbinio d’aria fredda s’insinuò all’interno del velivolo e con essa anche il vapore di qualche nube.
Diede un’occhiata giù, attraverso la porta che gli stava di fronte. Stimò un’altezza di circa 2.000 piedi. Vide, attraverso i filamenti di una candida nuvola, le case sottostanti, i campi coltivati, di varie forme e dai vivaci colori.
Nell’aereo l’attenzione di ognuno era cresciuta. Tutti erano concentrati su un unico pensiero: uscire bene dalla porta. Per farlo bisognava effettuare un salto in avanti e leggermente in alto; bisognava tenere le gambe unite e i gomiti stretti sui fianchi, le mani dovevano essere appoggiate sul paracadute di emergenza, con la destra a contatto con la maniglia d’apertura, mentre la testa andava tenuta bassa, con il mento a toccare lo sterno. Questa era l’esatta posizione per un’uscita corretta.
Ma in quegli attimi non era l’unica cosa cui si pensava. Lui, ad esempio, fu assalito dai dubbi: - E se non si apre? E se qualcosa va storto? Me la saprò cavare? -.
Pensò ai suoi cari. Sua moglie a quell’ora doveva essere a lavoro, mentre i suoi figli dovevano essere a scuola. Li avrebbe sentiti al telefono, nel primo pomeriggio, per avvertirli che tutto si era svolto nel migliore dei modi.
- Ma chi me lo ha fatto fare? -, pensò ancora.
Ma non c’era più tempo per le paure. Il D.L., ancora con i gesti, richiamò la loro attenzione e con le dita comunicò che mancavano dieci minuti al lancio, facendo segno, contemporaneamente, di sganciare le cinture di sicurezza che li tenevano ancorati alle scomode seggiole.
Erano in settanta nell’aereo. Sarebbero usciti quattordici per volta ad ogni passaggio: sette dalla porta di sinistra, gli altri sette da quella di destra. L’aereo doveva effettuare cinque passaggi per paracadutarli tutti. Lui era il secondo del primo passaggio. Sarebbe uscito dalla porta di sinistra.
A sei minuti, il D.L. ordinò: - Primo passaggio, in piedi! -, e subito dopo: - Agganciare! -. Si sentirono gli scatti metallici dei moschettoni delle funi di vincolo che andavano ad agganciarsi sul cavo statico . Il D.L. passò a controllare che tutti avessero eseguito correttamente l’operazione.
La fune di vincolo è un elemento molto importante. Permette di comandare il congegno a strappo per l’apertura automatica del paracadute. E’ essenziale che sia ben fissata al cavo statico. Dal momento dell’aggancio, va saldamente impugnata e trascinata avanti. Solo prima dell’uscita essa va lasciata e, srotolandosi, assolve la sua vitale funzione.
Ricordò che alle prime lezioni gli istruttori l’avevano paragonata al cordone ombelicale. E, come questo serve a mantenere il vitale contatto tra madre e figlio, fino al momento del parto, così la fune di vincolo mantiene, fino all’ultimo, il contatto tra il paracadutista e l’aereo. Ricordò pure che, una delle prime volte che si era lanciato, era stato seduto vicino a un cappellano militare, anche lui paracadutista. In quell’occasione il religioso si era espresso in questi termini:
- Quando siamo quassù, siamo tutti uguali, proprio come quando le nostre madri ci partoriscono -.
Gli veniva sempre alla mente quell’eccentrica frase, quando si trovava lassù.
Il D.L. si sistemò di fianco alla porta e diede l’ordine, accompagnandolo sempre con i gesti, di controllare l’equipaggiamento. In questa fase, l’uomo che sta dietro controlla che il paracadute di quello che lo precede sia in ordine: nessuna tasca aperta, tutte le cinghie ben strette. Si controlla, soprattutto, che la fune di vincolo non abbia impedimenti, che non passi intorno al collo. Gli ultimi due della fila si controllano a vicenda.
Subito dopo il D.L. ordinò: - Chiamata di controllo! -. Ora la sua voce era udibile. L’attenzione di tutti era al culmine. Non c’era più spazio per gli errori.
Dall’ultimo uomo della fila arrivò, con un grido imperioso: - Sette bene! -.
Subito dopo: - Sei bene! Cinque bene! -. E via via tutti gli altri, fino al primo.
Si rese conto che le cinghie del suo paracadute stringevano troppo e gli comprimevano l’inguine, il torace e le spalle. Il peso e la costrizione erano divenuti insopportabili. Disse fra sé:
- Finalmente tra poco sarà tutto finito. Mi libererò da questo peso e dalla sofferenza delle cinghie -.
Il D.L. ordinò: - Un minuto! Serrate! -. Lo stesso avvenne all’altra porta, quella di destra, con il secondo D.L.
A tale ordine il primo uomo avanzò fino a raggiungere la porta. Tutti gli altri lo seguirono con piccoli passi cadenzati.
L’aereo intanto aveva terminato l’ultima virata, aveva livellato il suo assetto e si era allineato alla zona di lancio.
- Che magnifico panorama si vede da quassù! -, pensò, guardando il suolo che appariva abbastanza lontano e, per questo motivo, molto più invitante.
Subito dopo si accese la luce verde e il D.L. urlò: - Cinque secondi! Alla porta! -.
Il primo uomo delle due file, con due passi, si sistemò sulla porta con le mani appoggiate all’esterno della fusoliera, le gambe leggermente flesse con un piede avanzato. Aspettava il via che, da lì a qualche secondo, gli sarebbe stato dato per saltare fuori.
Il via, con la classica pacca sulle spalle, ora, veniva dato solo al primo uomo della porta di sinistra. Poi, a seguire, tutti gli altri uscivano in fretta, senza soluzione di continuità, senza esitazioni, prima tutti quelli della porta di sinistra, poi tutti quelli della porta di destra. Si saltava giù, come in un carosello da circo.
Aveva lo sguardo fisso al D.L.. Sapeva che, quando avrebbe toccato la spalla dell’uomo che lo precedeva, questi sarebbe schizzato via e che, appena la luce della porta fosse rimasta vuota, sarebbe toccato a lui.
Il via echeggiò forte, impetuoso e, come aveva immaginato, vide il primo uomo che, senza esitare un solo attimo, si catapultò fuori. Neanche il tempo di pensarci su una volta e, dopo due passi, era fuori anche lui.
Iniziò a contare: - Milleuno, milledue, milletré... -. Ma non arrivò a millecinque, perché avvertì distintamente che la calotta del suo paracadute si stava gonfiando. Sentì lo shock d’apertura . Istintivamente andò ad impugnare le bretelle, mentre alzò la testa verso la calotta, per controllare che fosse completamente aperta. Si accorse di avere due, tre giri di avvitamento che impedivano la completa apertura della stessa. Spontanea, gli uscì un’imprecazione: - Apriti, non fare lo stronzo -. Con le mani allargò le bretelle, il corpo ruotò sul suo asse, due, tre volte, divaricò le gambe per fermare il movimento di rotazione: l’avvitamento era stato eliminato e la calotta del suo paracadute ora era completamente aperta.
Guardò dietro di sé, verso l’aereo. Vide gli altri che continuavano ancora ad uscire: affollavano il cielo. Guardò a terra, cercò il fumogeno per vedere la direzione del vento e per capire quanto fosse intenso. Il vento era leggerissimo e proveniva dalla sua sinistra. Per sua tranquillità decise di allontanarsi da quel mucchio selvaggio che, sopra di lui, continuava ad essere vomitato dal ventre del mastodontico aereo. Iniziò, perciò, a trazionare contemporaneamente le bretelle di destra, per andare verso quella direzione, per favorire la deriva, a favore di vento.
Decise pure di fare il giro d’orizzonte , prima verso sinistra, poi verso destra. Tutto era libero intorno. Non c’era alcun pericolo di collisione con altri paracadutisti.
Guardò di sotto, per osservare la zona dove fra qualche decina di secondi avrebbe toccato il suolo. Era un campo incolto. Non c’erano alberi, né c’erano altri ostacoli. Tutto filava liscio. Assaporò ancora per qualche secondo quella sensazione di beatitudine che provava. Gli sembrava di essere leggero come una piuma in balia di un leggero soffio di vento. Si lasciò cullare da quel lieve ciondolio, mentre nel silenzio, appena rotto da qualche rumore ovattato, scivolava lentamente ed inesorabilmente verso il suolo.
Ricordò di avere portato con sé una piccola macchina fotografica, del tipo usa e getta.
- Almeno se si rompe o va persa non sarà un grande danno -, aveva pensato.
Era custodita in una tasca della tuta. In un attimo la tirò fuori; se la sistemò al polso mediante un elastico; scelse qualche inquadratura suggestiva ed iniziò a scattare: tre, quattro pose, in rapida successione.
Ma il suolo era ormai vicino. Doveva prepararsi all’atterraggio. Non c’era più tempo per riporre in tasca la macchina e la mantenne, ciondolante, al polso.
Notò qualche zolla di terra un pò più smossa, pensò che lì l’atterraggio sarebbe stato più morbido e provò a raggiungere quella zona. Era davanti a lui, una trentina di metri più giù. Con le mani tirò in basso le bretelle anteriori, si spostò leggermente in avanti, ma la zolla era ancora troppo lontana ed il suolo era distante sì e no una quindicina di metri: troppo vicino, ancora qualche secondo e ci sarebbe stato l’impatto.
- Fa niente! Atterrerò qui -.
Il suo movimento era leggermente in avanti. Per frenare, anche se di poco, la velocità di caduta, accennò appena a tirare le bretelle posteriori e quando vide che la caduta era quasi perpendicolare, tornò a trazionare quelle anteriori.
- Ecco! Ci siamo -.
Mantenne le gambe ed i piedi uniti, con gli avampiedi inclinati verso il basso a cercare il suolo. Finì di trazionare e distese le braccia verso l’alto, tenendo sempre le mani sulle bretelle. Toccò terra con gli avampiedi, ammortizzò l’impatto con le ginocchia e si buttò di lato a cercare il suolo con il gluteo destro, roteò con il corpo verso sinistra e, poi, puntò il piede destro contro il terreno.
- Ecco! E’ fatta! -, disse a se stesso, - Tutto è andato bene -. Rimase a terra in quella posizione ancora per un attimo. Stette ad osservare la calotta del suo paracadute che nel frattempo aveva anch’essa raggiunto il suolo e andava afflosciandosi. Poi si liberò dall’imbracatura; si rimise in piedi e con le braccia rivolte verso l’alto e a pugni stretti emise un grido di esultanza. Scaricò così tutta la tensione accumulata nelle ore che avevano preceduto l’aviolancio.
Mentre riavvolgeva alla meglio il paracadute, per poi raggiungere il posto di raccolta insieme con gli altri del suo gruppo che lo stavano raggiungendo, si sorprese a pensare tra sé: - L’anno prossimo ci riprovo -.



domenica 17 febbraio 2008

Il generale soldato

Oltrepassato il Sebeto, all’esercito sanfedista non rimane che la conquista dei castelli napoletani, tenuti ancora dai repubblicani. In uno di questi, e più precisamente in Castelnuovo, combatte Gabriele Manthonè, il generale soldato.
Tale appellativo si addice ad un uomo semplice e generoso che non esita ad indossare l’umile uniforme di soldato per uscire di ronda con il suo aiutante di campo e sedare un piccolo tumulto, la sera del 1° giugno del 1799.
Discende da una nobile famiglia francese che era venuta a Napoli per sottrarsi alla giustizia ed alla vendetta familiare, essendo coinvolta nell’uccisione di un uomo molto potente.
Gabriele, giovanissimo, entra a far parte dell’esercito borbonico ed in breve raggiunge il grado di capitano d’artiglieria.
Ma sono tempi burrascosi ed il germe della rivoluzione si impadronisce anche della sua mente: rinnega il buio “assolutismo” del governo borbonico ed abbraccia l’illuminata idea “repubblicana”.
All’arrivo dei Francesi, Napoli è già repubblica, quella repubblica strappata ai Lazzari che sono rimasti gli unici difensori dell’onore dei Borbone, dopo l’ignominiosa fuga. Gabriele era stato uno tra i più convinti assertori che la libertà doveva essere conquistata senza l’aiuto straniero. Gli eventi successivi dimostrarono quanto egli avesse avuto ragione.
Accade, infatti, che il generale Championnet, quando ratifica l’atto della costituita repubblica Partenopea e ne riconosce ufficialmente il governo, chiede un risarcimento di guerra di due milioni e mezzo di ducati e, ai rappresentanti del governo che si recano a protestare, rivolge, in pratica, il monito di Brenno: “Guai ai vinti”.
A tale arroganza, il Manthonè, che faceva parte della delegazione negoziatrice, con dignità risponde: “… hai presto dimenticato che ti demmo i castelli, frenammo i tuoi nemici per impedire una sanguinosa universale strage; che i tuoi deboli battaglioni non bastavano a debellare questa immensa città; né basterebbero a sostenerla se noi ci staccassimo dalle tue parti…”.
Poco portato per la politica, preferisce esercitare il mestiere del soldato, con una competenza alquanto rara in quella repubblica di filosofi. Da generale, viene destinato a reggere il ministero della guerra, della marina e degli affari esteri.
All’approssimarsi dei tragici giorni di giugno, Gabriele capisce che la repubblica ha le ore contate. Aveva avuto l’occasione di allontanarsi da Napoli, per andare in Francia al seguito dei rappresentanti della Repubblica Partenopea ed anche la moglie, intuendo il pericolo, lo aveva scongiurato, affinché egli partisse, ma l’onesto uomo, il leale soldato aveva risposto: “Margherita, il pericolo è qui, e qui è d’uopo che io rimanga coi migliori”. Con questa decisione, oltre a dimostrare il suo sprezzo per il pericolo, santificò il concetto che per i propri ideali bisogna anche essere disposti a sacrificare la vita.
Il generale ha una corporatura gigantesca, è forte, è tenace; la spada che impugna appare piccola nella sua mano, mentre con impeto aizza i soldati, mentre corre da un cannone all’altro: “Tiro corto, sergente. Aspetta che siano più vicini, altrimenti sprechiamo solo bombe”.
Quando tutto sembra perduto, egli ha ancora tanta fiducia nei suoi uomini e li incita: “Compagni, noi siamo condannati: il supplizio ci aspetta, né abbiate speranza alcuna di salvar la vita. Irrompiamo impetuosamente da queste mura: riuniti agli amici di fuori ci congiungeremo con essi all’esercito”.
La consapevolezza che nella fortezza ci sono anche le mogli ed i figli dei suoi soldati lo induce al ripensamento: è una crudeltà chiedere anche il loro sacrificio.
I nemici sono ben consci che per stanare quegli uomini dalle fortezze, dovranno subire gravissime perdite. Perciò il cardinale Ruffo stabilisce che vale la pena offrire la resa.
I repubblicani sentono la sconfitta vicina e sanno che non v’è da farsi illusioni. Tutti hanno capito, oramai, che la repubblica è capitolata e, quando a mezzogiorno del 21 giugno il cannone di S. Elmo spara una salva, per attirare su di sé l’attenzione di tutti, nessuno osa discutere l’ordine di resa, dato attraverso lo sventolio di una bandiera bianca…
Napoli è salva. Non sono salvi, però, gli uomini che si erano illusi di aver liberato il popolo dal giogo della tirannide del governo borbonico.
La Rivoluzione Napoletana non è stata una rivolta capace di coinvolgere il popolo, perché lo ha escluso, lo ha emarginato da subito. E’ stata, piuttosto, una sommossa, un movimento culturale che ha visto protagonisti solo gli intellettuali, l’alta borghesia, una piccola parte dell’aristocrazia e gli alti gradi della casta militare. Ben poca cosa rispetto alla grande massa popolare, dispersa nei sobborghi e nelle campagne delle province.
Cosicché, anche per Gabriele arriva il giorno della resa dei conti. E’ un militare ed è, sebbene decaduto, di nobile estrazione. Ma tutto ciò non basta ai giudici, per evitargli il disonore del capestro.
“E’ stato troppo coinvolto nei fatti della repubblica. Ne è stato addirittura Ministro”, è il commento del Collegio giudicante.
E così, il 24 settembre del 1799, un’altra sentenza viene eseguita.
Un altro sacrificio viene consumato nel nome di un ideale.
Ancora una volta, l’abisso della botola si spalanca sotto i piedi di un uomo.

sabato 16 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 3^ ed ultima parte

Gli anni che l’uomo ha trascorso a curare i malanni fisici della povera gente, lo hanno radicato nel convincimento che la vera malattia della gente di Napoli consiste nella mancanza di una cosa che dovrebbe stare nel cervello e nel cuore degli uomini: la speranza. Per secoli i Napoletani hanno sperato in onesti regnanti e buone leggi, ricevendone, invece, principi rapaci ed ingiuste leggi. La loro proverbiale gaiezza altro non è che l’esorcizzazione della paura di vivere. Quando viene licenziato dagl’Incurabili, realizza che per il marito si approssimano altri guai ed infatti anche l’Università gli toglie la cattedra.
A gennaio del ‘99 arrivano i francesi ma Anna non si sente partecipe dell’euforia quasi generale perché non riesce a convincersi che, in un solo giorno, si possa cancellare la monarchia. Le feste della neonata repubblica, la Sala Patriottica e gli alberi della libertà piantati ovunque non la impressionano più di tanto, anzi ritiene che gli alberi che repentinamente fioriscono difficilmente danno buoni frutti ...
Perché soldati stranieri si fanno massacrare dai Lazzari in rivolta? Per regalare la libertà a chi non sa conquistarsela? La risposta ai suoi interrogativi crede di trovarla nei due milioni e mezzo che la Repubblica deve versare ai Francesi per i “danni di guerra”, ma i repubblicani non hanno scelta: opporsi ai Francesi, finendo così sotto la gonnella di Maria Carolina, od accettare quel simulacro di libertà che lo straniero consente?
Continuano ad abitare nella casa di Vico dei Giganti anche quando il Governo della Repubblica conferisce al marito l’incarico di Commissario del Cantone di Colle Giannone e poi quello di direttore dell’Università; per non angustiarlo, non lascia trapelare i dubbi che l’assillano, mentre passa le sue giornate ad aiutarlo nel lavoro di medico della Guardia Nazionale.
“… è morto De Deo, quell’anima cara, martire della verità, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l’esempio?”. La fanno sorridere amaro le trombonate tribunizie di quelli come Vincenzo Russo, l’oratore più ispirato della Repubblica che quando, però, si trattò di affrontare, qualche anno prima, la Giunta di Stato, si acconciò alla delazione e poi scappò in Svizzera.
Al diffondersi della notizia del sacco di Altamura da parte delle truppe del Cardinale, Anna rifiuta di trasferirsi, come il marito vorrebbe, a Cesa e invece, quando questi va a curare i feriti francesi presso l’ospedale militare di Capua, ottiene di seguirlo.
Non appartiene alla folta schiera di signore partenopee che, alle notizie provenienti dalla Calabria, incominciano a dismettere fasce e coccarde ed a trasferirsi prudentemente in campagna.
Resta serenamente al suo posto, perché quella è la battaglia dell’uomo che ama e la combatteranno insieme. Il suo pensiero, come quello di molte donne, è disadorno ma essenziale e perciò non può fare a meno di pensare che gli spiriti nobili commettono, sempre, l’errore di considerare tutti gli uomini pervasi dalle loro stesse pulsioni civiche e morali: i Lazzari, in realtà, non sono diventati tutti mansueti repubblicani come sembrerebbe perché, n’è certa, covano il momento di iniziare “la caccia alla vufera”[1].
La maggior parte delle persone compromesse hanno un retroterra familiare al quale ancorarsi nel caso di un naufragio della Repubblica ma suo marito, valente per ingegno ma modesto per casato a cosa ed a chi si sarebbe aggrappato se non a lei? Quando le turbe del Cardinale assaltano la città, Francesco si porta sulla linea dei combattimenti lasciandola sola nella sua battaglia dei sentimenti in un’attesa senza speranza. La loro casa viene depredata e distrutta da quel popolo di diseredati per il quale, ironia della sorte, il marito pensava di battersi, perciò è costretta a rifugiarsi in casa di amici. Come aveva sempre temuto, la restaurazione lavò in un mare di sangue la macchia del tradimento repubblicano ed i suoi feroci numi furono Ferdinando e Maria Carolina. Si consumano le viltà ed i tradimenti di tutte le restaurazioni: lo stesso Cirillo indugia di fronte alla possibilità di chiedere la grazia della vita e se per lui si muovono perfino l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton, nessuno, invece, intercede per il marito che viene impiccato il 29 novembre del 1799.
Un bimbo scalzo, con null’altro addosso che una lacera camiciola, viene incontro alle donne dalla parte del paese. Reca, legata per una zampetta, un’allodola che tenta, disperatamente, di volarsene via, mentre lui tiene il braccio teso in avanti quasi che ne avesse paura. Arrivato di fronte alle donne si ferma e, riparando gli occhi dal sole con la mano libera, porge ad Anna l’agitata bestiola: “l’ha presa ieri mio fratello, vuoi dargli la libertà?”.
[1] La caccia alla vufera (bufalo) era il combattimento che, in un luogo recintato, si svolgeva tra un cane ed un bovino e sul cui esito i presenti scommettevano.

venerdì 15 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 2^ parte

La cacciata dei Gesuiti di alcuni anni prima, la lenta ma costante presa di coscienza della borghesia hanno ulteriormente mondanizzato la vita di Napoli facendone, se possibile, una città ancora più socialmente sperequata ma anche vivida e feconda. Ormai si discetta su tutto e non v’è branca del sapere ove non si cimentino i sapienti partenopei. Al S. Carlo, al Fiorentini ed al Teatro Nuovo furoreggiano sciantose, accalappiamariti, quali la de Amicis, la Gabrielli, la famigerata Viscioletta e Nicolò Iommelli compone l’Ifigenia che, alla concertazione, si rivela un fiasco memorabile.
I coniugi Bagno partecipano a questa neo rinascenza sotto il Vesuvio in un modo che, visti i tempi, ha del banale: Francesco, quando i malati dell’Arcispedale degl’Incurabili gliene lasciano il tempo, si tuffa nello studio delle opere scientifiche dei maggiori medici del tempo quali Serao, Sarcone, Cotugno e Cirillo; Anna ricama il corredino per un bimbo che non verrà mai. Finalmente, dopo anni di gavetta e la pubblicazione di alcuni lavori scientifici di una certa risonanza, Francesco viene chiamato, nel 1787, dall’Università ad insegnare fisiologia ed anatomia.
L’eco della Rivoluzione di Francia riempie Anna di timori che scaturiscono da sensazioni più che da fatti: quel marito così poco propenso ad appalesare i propri sentimenti, cela a stento il compiacimento per le notizie, invero truculente, che arrivano dalla Francia. In giro si sente parlare di teste mozzate e portate in processione infilzate su delle picche, e non riesce a capacitarsi di come il suo Francesco, sempre teso ad alleviare le sofferenze altrui, possa poi provare compiacimento per tutto questo. Soltanto quando incomincia a compenetrare l’essenza del concetto di uguaglianza, intuisce cosa in realtà è accaduto: il figlio dell’umile salassatore del villaggio di Cesa, approdato ad una professione decorosa dopo infinite rinunzie ed altrettante ingiustizie, in un ambiente ove più che la capacità conta il censo, era fatale che si ritrovasse con coloro che volevano abbattere i privilegi. Pur con disagio cerca di condividerne il pensiero ma, in realtà, ne sposa le idee perché sono le sue idee e sente attaccarsi alla pelle la sensazione che gli anni sereni stiano per terminare. L’anno dell’eruzione del 1794 vede materializzarsi i suoi timori. A lato del processo che manda condannati a morte, per avere tramato contro il trono, Vincenzo Vitaliano, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani, il dottor Bagno finisce sulla lista dei sospetti fiancheggiatori della congiura. Vista la piega che stanno prendendo gli eventi, Anna cerca di indurre il marito ad una maggiore prudenza ma si accorge che è inutile.
(continua)

giovedì 14 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 1^ parte

La canapa ha raggiunto un’altezza tale da nascondere, per buona parte, i vitigni tesi tra i pioppi dei quali, ormai, non si intravede che la chioma. Né canti solitari e neppure l’abituale rumore di vanghe, scrostate a colpi di sasso, aleggiano per la campagna in quella pacifica domenica di luglio ed il verde, che signoreggia ovunque, apparirebbe più triste di un mausoleo se non fosse per il canto delle cicale e per un lamentoso abbaiare proveniente da pagliai lontani. Sembra impossibile che in questi luoghi, ove regna incontrastata la pace, appena un anno prima echeggiassero le urla e gli spari della battaglia che i Napoletani ed i Francesi ingaggiarono sui Lagni, a Ponte Rotto.
Le due figure in nero si contornano meglio mentre avanzano sul viottolo interpoderale che da Cesa porta ad Aversa: è l’itinerario preferito da chi vuole evitare i carretti e la polvere dello stradone principale ma che, soprattutto, vuole evitare i propri simili. Le due donne camminano tenendosi sottobraccio e lo fanno come se volessero sostenersi a vicenda ed insieme sostenere un gravoso fardello. Teresa Bagno, come d’altronde il resto della famiglia, non aveva visto di buon occhio il matrimonio del fratello con un’abbandonata dell’Annunziata ed il rimorso per i passati pensieri le fa stringere più forte il braccio della cognata.
Quando Francesco la chiede in moglie, Anna Manzini ne rimane turbata ed il suo è un malessere simile a quello che provò allora che fece una scorpacciata di confetti della Candelora[1] e gli sembrava che il dolce e la paura di morire si fondessero nella medesima sensazione: una trovatella, una cosa di nessuno, moglie di un medico?
I sogni maritali delle senza famiglie erano senza prospettive perciò, la maggior parte di esse, passava dalla ruota alle cancellate con fatale rassegnazione. A quei tempi non v’erano ospedali così come oggi li conosciamo e quei pochi esistenti erano, contemporaneamente, chiese, orfanotrofi e luoghi di cura. Imbevuti di Illuminismo, ma il più delle volte per amore verso gli altri, molti medici cercavano di alleviare, con la loro opera, le sofferenze dei disgraziati che in quei luoghi trovavano ricovero tant’è che medici illustri come Cotugno e Cirillo, prestavano la loro opera presso i monasteri - ospedali degl’Incurabili, di Sant’Orsola e dell’Annunziata.
In realtà, ciò che sommuove l’animo di Anna non è solo il fatto di essere una trovatella ma anche quello di sentirsi, dopo anni di vita negletta, ambìto centro dell’esistenza di un’altra persona e questo fatto la fa sentire ancora una cosa però la più desiderata delle cose! Avverte che il placido ruscello della sua vita sta per divenire un fiume in piena e, quando ammette con se stessa di essere attratta da quell’uomo taciturno, i cui occhi vanno sempre oltre le cose che guarda, prova uno sconosciuto piacere all’idea di appartenergli. Si sposano nel 1771 e vanno ad abitare in una modesta casa di Vico dei Giganti.
(continua)


[1] Confetti, a forma di pigna, pesanti alcuni etti, che durante la ricorrenza della Candelora si lanciavano ai fedeli dal sagrato delle Chiese.

lunedì 11 febbraio 2008

Il compariello

Quando Re Ferdinando tenne a battesimo uno dei suoi figlioli, Francesco Buonocore non sapeva che, un giorno, il compare lo avrebbe fatto impiccare. Non lo sapeva, e neppure lo immaginava.
I Buonocore erano una delle famiglie più accreditate e benestanti dell’isola di Ischia. Un loro membro aveva finanche servito, quale protomedico di corte, la Real Casa Borbonica sotto Carlo III, sia a Napoli che a Madrid.
La famiglia Reale aveva l’abitudine di trascorrere sull’isola il periodo della balneazione, ospite dei Buonocore, i quali, da buoni sudditi, avevano messo a disposizione un’ampia ala della loro sontuosa villa. La preziosa amicizia non poteva che alimentare la fortuna ed il prestigio di questa famiglia e Francesco, forse non a caso, era stato nominato ufficiale della milizia isolana. Ma tale carica non servirà a tenere lontano da questo casato il tempestoso vento della rovina, perché i fatti del ‘99 coinvolgeranno anche i Buonocore.
Già dopo la rivoluzione del 1789, Francesco non aveva nascosto una certa simpatia per i Francesi. E più tardi, quando sull’isola erano stati confinati alcuni rivoluzionari napoletani, con i quali strinse un rapporto di solidale amicizia, fu guardato con sospetto dal governatore di Ischia.
Gl’isolani, in genere, godono fama di essere gente molto ospitale e tale prerogativa, certamente, non mancava a Francesco che, in un’altra occasione, diede asilo nella sua casa a dei marinai francesi, scampati ad un naufragio.
La repentina fuga da Napoli della famiglia Reale e della loro Corte gli aveva fatto credere che mai più avrebbe rivisto un Borbone nella sua casa. I Francesi e la Repubblica erano, ora, i nuovi padroni e non erano neanche tanto antipatici. Anzi, lo consideravano loro amico e lo trattavano in modo molto garbato. Tant’è che lo stesso comandante in capo della forza di occupazione, generale Stefano Championnet, con un decreto lo nominò generale e lo mise a capo della fortezza e dell’isola.
Nel frattempo, la squadra navale inglese partiva da Palermo per la riconquista delle acque del golfo di Napoli, precedendo le truppe sanfediste…
La sera del 3 aprile del 1799, il capitano di vascello Troubridge fece condurre a bordo del Colloden il Buonocore, fatto prigioniero, per interrogarlo. L’Inglese lo accolse nella sua cabina.
All’uomo era stata brutalmente ridotta a brandelli la divisa di ufficiale repubblicano, prima di essere portato al cospetto del comandante della nave.
“Come vi chiamate?”, chiese Troubridge.
“Sono Francesco Buonocore, il comandante del castello e di quest’isola”.
“Buonocore? Mi risulta che la vostra famiglia sia in buoni rapporti con il re!”.
“Lo è ancora, anche se il re è fuggito e ci ha lasciato liberi di scegliere nuovi amici…”.
“Per ora rimarrete in stato di arresto. Chiederò istruzioni a Palermo. Vi farò sapere”.
“Ma voi credete che il re tornerà? Perché, se così fosse, indosserei di nuovo la vecchia uniforme. La conservo ancora, sapete?”.
“Voi siete pazzo. Questo non ve lo permetterò. Dovevate pensarci prima. Avete già scelto da quale parte stare”.
Francesco era un semplice, un mite, un pacioccone. Per certi versi, appariva anche un ingenuo.
Osò pensare che il putiferio che si stava scatenando a Napoli ed intorno alla sua casa fosse soltanto questione di un cambio di uniforme.
Fu incatenato e fu rinchiuso nei sotterranei dello stesso castello che, fino al giorno prima, era stato la sua fortezza. Tutta l’isola era in mano agli Inglesi. Tutto ciò che era francese e che sapeva di rivoluzione e di repubblica venne smantellato e dato alle fiamme. Anche la sontuosa villa dei Buonocore finì per essere deturpata e svaligiata di ogni bene. Poi, quando la furia devastatrice dei riconquistatori si esaurì, poche rovine restarono a testimoniarne l’antico fasto.
Ferdinando IV, messo al corrente di quanto era accaduto sull’isola, ebbe un moto di rabbia e di imbarazzo ed esclamò: “Anche Buonocore mi hanno incarcerato! Sospendete ogni sentenza avanti il mio ritorno”[1].
Era forse intendimento del sovrano sbrigarsela personalmente con il padre del suo figlioccio. Ma gli Inglesi, ormai, avevano preso la mano al re.
Francesco, con altri compagni, fu condotto a Procida, nell’isola vicina. Forse fu questa l’unica attenzione che gli fu riservata, per rispetto della sua antica amicizia con il re: sottrarlo al pubblico ludibrio dei suoi concittadini.
Alle ore quattordici del 1° giugno del 1799, faceva molto caldo a Procida.
Ma, a parte l’ora canicolare, il caldo era ancora più insopportabile per chi, come lui, stava salendo i gradini del capestro.
La sua faciloneria non gli fece comprendere il perché di quell’accanimento contro la sua persona: “Che ho fatto di male? Ho soltanto ospitato degli uomini! Chiunque lo avrebbe fatto al posto mio…”, così si rivolse al frate che gli stava portando il conforto della Chiesa.
“Pentiti dei tuoi peccati, figliolo; solo così Dio potrà accoglierti nella Sua grazia”.
“Pentirmi! E per che cosa? Per avere amato troppo questa umanità? Questi uomini che in cambio, ora, chiedono la mia vita?”.
Era un filantropo, Francesco. In nome dell’amicizia, aveva messo a disposizione degli altri la sua casa, così come avevano sempre fatto anche i suoi avi. L’ospite è sacro: che sia un re o un mendicante.
Egli non sapeva nulla di politica: se c’era la repubblica, l’acclamava, se c’era il re, era contento lo stesso. Ma quelli non erano tempi per i puri di spirito o per rimanere tranquillamente in disparte.
Fu consapevole di ciò che gli stava accadendo? Possedeva ricchezza, fama ed un sicuro avvenire per sé ed i suoi figli. Con la sua affabilità, aveva anche accresciuto la schiera degli amici. Ma, nel volgere di poco tempo, aveva, invece, perso tutto: la casa, la ricchezza, la famiglia, gli amici…ed anche la vita.
Affrontò la prova estrema, chiedendosi ancora perché il compare di battesimo di suo figlio lo mandava a morte, ma non riuscì a trovare una risposta, solo un ultimo e legittimo dubbio: “Ma quando passa l’inverno, non viene la primavera? E quando i re scappano, non nascono le repubbliche?”.
[1] M. D’Ayala, “Vite degl’Italiani”, ed. Bocca, p. 111.

domenica 10 febbraio 2008

Quale futuro per il nostro Paese?

Dopo appena due anni siamo chiamati ad eleggere un nuovo Parlamento nel nome di un rinnovamento politico. Ma di nuovo, a queste condizioni, ci sarà poco o niente. Nessuna faccia nuova e nessuna idea nuova, infatti, si intravedono sull'orizzonte politico del nostro "Bel Paese". Ci sarà, come nel passato, solo una nuova ripartizione delle poltrone e degli incarichi di Governo. I prossimi che verranno, insomma, saranno giorni di affannosa rincorsa per l'accaparramento del potere da parte dei soliti noti. Queste nuove elezioni saranno solo l'occasione per rimescolare un pò le carte ed iniziare una nuova partita. Chi era a sinistra si sposterà a destra, chi era a destra si sposterà a sinistra, altri confluiranno al centro e così via, come in un'allegra quadriglia. Ma di allegro c'è davvero ben poco. Tanto a giocare la partita saranno sempre gli stessi, i politici boriosi ed arroganti da una parte ed il popolo inerme dall'altro. Loro, i politici, continueranno a spartirsi privilegi ed introiti, noi, il popolo, ad incassare aumenti di tasse, rincari di tariffe e di servizi malamente funzionanti, costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e salari sempre più bassi, perchè fermi e rosicchiati dall'inflazione, dovuta ad un'economia ferma e quasi sull'orlo di una recessione, perchè non supportata da una politica economica stabile e convincente. Insomma, dopo oltre vent'anni di "Seconda Repubblica" nulla ancora è cambiato. "Tutto cambiò, affinchè nulla cambiasse", così espresse il suo rammarico il Principe di Salina ne "Il Gattopardo", famoso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Mai citazione mi è sembrata più appropriata.