giovedì 14 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 1^ parte

La canapa ha raggiunto un’altezza tale da nascondere, per buona parte, i vitigni tesi tra i pioppi dei quali, ormai, non si intravede che la chioma. Né canti solitari e neppure l’abituale rumore di vanghe, scrostate a colpi di sasso, aleggiano per la campagna in quella pacifica domenica di luglio ed il verde, che signoreggia ovunque, apparirebbe più triste di un mausoleo se non fosse per il canto delle cicale e per un lamentoso abbaiare proveniente da pagliai lontani. Sembra impossibile che in questi luoghi, ove regna incontrastata la pace, appena un anno prima echeggiassero le urla e gli spari della battaglia che i Napoletani ed i Francesi ingaggiarono sui Lagni, a Ponte Rotto.
Le due figure in nero si contornano meglio mentre avanzano sul viottolo interpoderale che da Cesa porta ad Aversa: è l’itinerario preferito da chi vuole evitare i carretti e la polvere dello stradone principale ma che, soprattutto, vuole evitare i propri simili. Le due donne camminano tenendosi sottobraccio e lo fanno come se volessero sostenersi a vicenda ed insieme sostenere un gravoso fardello. Teresa Bagno, come d’altronde il resto della famiglia, non aveva visto di buon occhio il matrimonio del fratello con un’abbandonata dell’Annunziata ed il rimorso per i passati pensieri le fa stringere più forte il braccio della cognata.
Quando Francesco la chiede in moglie, Anna Manzini ne rimane turbata ed il suo è un malessere simile a quello che provò allora che fece una scorpacciata di confetti della Candelora[1] e gli sembrava che il dolce e la paura di morire si fondessero nella medesima sensazione: una trovatella, una cosa di nessuno, moglie di un medico?
I sogni maritali delle senza famiglie erano senza prospettive perciò, la maggior parte di esse, passava dalla ruota alle cancellate con fatale rassegnazione. A quei tempi non v’erano ospedali così come oggi li conosciamo e quei pochi esistenti erano, contemporaneamente, chiese, orfanotrofi e luoghi di cura. Imbevuti di Illuminismo, ma il più delle volte per amore verso gli altri, molti medici cercavano di alleviare, con la loro opera, le sofferenze dei disgraziati che in quei luoghi trovavano ricovero tant’è che medici illustri come Cotugno e Cirillo, prestavano la loro opera presso i monasteri - ospedali degl’Incurabili, di Sant’Orsola e dell’Annunziata.
In realtà, ciò che sommuove l’animo di Anna non è solo il fatto di essere una trovatella ma anche quello di sentirsi, dopo anni di vita negletta, ambìto centro dell’esistenza di un’altra persona e questo fatto la fa sentire ancora una cosa però la più desiderata delle cose! Avverte che il placido ruscello della sua vita sta per divenire un fiume in piena e, quando ammette con se stessa di essere attratta da quell’uomo taciturno, i cui occhi vanno sempre oltre le cose che guarda, prova uno sconosciuto piacere all’idea di appartenergli. Si sposano nel 1771 e vanno ad abitare in una modesta casa di Vico dei Giganti.
(continua)


[1] Confetti, a forma di pigna, pesanti alcuni etti, che durante la ricorrenza della Candelora si lanciavano ai fedeli dal sagrato delle Chiese.

2 commenti:

Mare in tempesta ha detto...

ma questi sono i romanzi che scrivevi sul giornale d'Aversa....
Comunque sono belli,sono tutti storici bravo da grande ppotrai fare il romanziere.
ciao Alberto

Mare in tempesta ha detto...

ma questi sono i romanzi che scrivevi sul giornale d'Aversa....
Comunque sono belli,sono tutti storici bravo da grande ppotrai fare il romanziere.
ciao Alberto