A Napoli il re lasciò, quale suo Vicario Generale, l’anziano principe Pignatelli Strongoli che ebbe il gravoso compito di difendere la città senza esporla, però, alla distruzione di un bombardamento.
Il Pignatelli fece di meglio in quanto, d’accordo con il generale Mack che aveva il comando dell’esercito napoletano, il 12 gennaio del 1799, venne a patti coi Francesi e, a Sparanise, stipulò un armistizio che aveva l’amaro sapore del tradimento. L’accordo, infatti, intervenne quando i Francesi erano ancora lontani da Napoli, quando la situazione politica e militare del regno era ancora ben salda nelle mani della corona e quando tutto faceva prevedere un facile ed un rapido ristabilirsi dell’ordine monarchico. L’armistizio, invece, introdusse l’anarchia nel Paese e consegnò, di fatto, Napoli in mano ai giacobini. Ciò fece da miccia per lo scoppio della rivolta controrivoluzionaria che durò alcuni giorni e fu anche il motivo per il quale il Vicario Generale, onde evitare le ritorsioni dei capezzoni del popolo fedeli alla causa realista, fu costretto, anch’egli, alla fuga.
Molte atrocità furono commesse in quei giorni, da una parte e dall’altra. Molte vittime furono sacrificate nel nome del re o in quello della repubblica. Il 23 gennaio del 1799, quando il generale Jean-Etienne Championnet entrò a Napoli alla testa di circa sedicimila soldati francesi, la Repubblica Partenopea era stata già proclamata da due giorni ed un governo provvisorio si era insediato nella sala del teatro del Palazzo Reale, ribattezzato, per l’occasione, Palazzo Nazionale.
La “Repubblica dei Filosofi”, così definita, perché ideata e fondata dagli intellettuali napoletani dell’epoca (siamo in pieno Illuminismo), ebbe, però, una breve esistenza. Nei suoi cinque mesi di vita il concetto di repubblica non riuscì a varcare i confini della città. L’ideale repubblicano rimase, in pratica, relegato tra le mura della metropoli meridionale e dei suoi immediati dintorni, né riuscì, tantomeno, a colpire la coscienza degli altri strati sociali. Pochissimi, infatti, furono i nobili, i magistrati ed i militari che vi aderirono e quasi nulla fu la partecipazione delle masse proletarie e contadine delle periferie e delle campagne. La Repubblica Partenopea poteva contare solo sull’appoggio di uomini di lettere, di scienza, di legge che, con il linguaggio metaforico che talvolta gli é proprio, non riuscirono a spiegare in maniera convincente concetti nuovi come: libertà, uguaglianza e fraternità, conclamati a viva voce ad un popolo che credeva che senza Re non si potesse vivere.
(continua)
Il Pignatelli fece di meglio in quanto, d’accordo con il generale Mack che aveva il comando dell’esercito napoletano, il 12 gennaio del 1799, venne a patti coi Francesi e, a Sparanise, stipulò un armistizio che aveva l’amaro sapore del tradimento. L’accordo, infatti, intervenne quando i Francesi erano ancora lontani da Napoli, quando la situazione politica e militare del regno era ancora ben salda nelle mani della corona e quando tutto faceva prevedere un facile ed un rapido ristabilirsi dell’ordine monarchico. L’armistizio, invece, introdusse l’anarchia nel Paese e consegnò, di fatto, Napoli in mano ai giacobini. Ciò fece da miccia per lo scoppio della rivolta controrivoluzionaria che durò alcuni giorni e fu anche il motivo per il quale il Vicario Generale, onde evitare le ritorsioni dei capezzoni del popolo fedeli alla causa realista, fu costretto, anch’egli, alla fuga.
Molte atrocità furono commesse in quei giorni, da una parte e dall’altra. Molte vittime furono sacrificate nel nome del re o in quello della repubblica. Il 23 gennaio del 1799, quando il generale Jean-Etienne Championnet entrò a Napoli alla testa di circa sedicimila soldati francesi, la Repubblica Partenopea era stata già proclamata da due giorni ed un governo provvisorio si era insediato nella sala del teatro del Palazzo Reale, ribattezzato, per l’occasione, Palazzo Nazionale.
La “Repubblica dei Filosofi”, così definita, perché ideata e fondata dagli intellettuali napoletani dell’epoca (siamo in pieno Illuminismo), ebbe, però, una breve esistenza. Nei suoi cinque mesi di vita il concetto di repubblica non riuscì a varcare i confini della città. L’ideale repubblicano rimase, in pratica, relegato tra le mura della metropoli meridionale e dei suoi immediati dintorni, né riuscì, tantomeno, a colpire la coscienza degli altri strati sociali. Pochissimi, infatti, furono i nobili, i magistrati ed i militari che vi aderirono e quasi nulla fu la partecipazione delle masse proletarie e contadine delle periferie e delle campagne. La Repubblica Partenopea poteva contare solo sull’appoggio di uomini di lettere, di scienza, di legge che, con il linguaggio metaforico che talvolta gli é proprio, non riuscirono a spiegare in maniera convincente concetti nuovi come: libertà, uguaglianza e fraternità, conclamati a viva voce ad un popolo che credeva che senza Re non si potesse vivere.
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