A reggerne le sorti, furono chiamati uomini come Cirillo, Pagano, Ciaja, Lauberg, Abbamonte, Logoteta, Serio, Baffi e Forges Davanzati, tanto per citarne alcuni. Non mancarono le donne. Fra loro primeggiò, certamente, Eleonora de Fonseca Pimentel che, mediante accorati appelli lanciati dalle pagine del suo Monitore Napoletano, invitava il popolo a partecipare attivamente alla vita democratica del nuovo regime politico.
Ma già agli inizi di febbraio, mentre il governo repubblicano si perdeva dietro il festoso e chiassoso clamore delle cerimonie cittadine, organizzate per piantare numerosi alberi della libertà e discuteva, con democratica lentezza, circa l’emanazione di nuove e più efficaci leggi per dare corso al nuovo modello sociale, dalla Sicilia, Ferdinando ordinò la riconquista del regno e l’esercito de la Santa Fede, con a capo il cardinale Fabrizio Ruffo, nuovo Vicario Generale, iniziò la marcia verso Napoli.
Gli Inglesi, anche questa volta, condizionarono la volontà del re. Il condottiero porporato, infatti, fu scelto dallo stesso Ferdinando, dopo l’esplicito veto degli alleati a non poter guidare personalmente la spedizione verso Napoli.
Alla fine di febbraio l’armata borbonica aveva già riconquistato vasti territori della Calabria ed andava accrescendosi, fino a divenire forte di circa diciassettemila uomini tra soldati, contadini e bande armate. E mentre via terra gli uomini del cardinale avanzavano senza troppi ostacoli, via mare, la flotta inglese riconquistava il controllo del Tirreno, occupando le isole di Ischia e di Procida, la flotta russa e quella turca, invece, controllavano l’Adriatico a ridosso delle coste pugliesi.
Napoli e i suoi dintorni restarono isolate. Per giunta di lì a qualche mese, dopo i contrasti sorti con il Direttorio di Parigi, anche il grosso dell’esercito francese avrebbe abbandonato la città partenopea, lasciandovi solo una piccola guarnigione a guardia dei castelli.
Verso la fine di maggio la minaccia dell’armata realista si fece più concreta. Solo allora, come risvegliatosi dal torpore in cui era caduto, il governo cominciò a temere per le sorti della Repubblica.
(continua)
Ma già agli inizi di febbraio, mentre il governo repubblicano si perdeva dietro il festoso e chiassoso clamore delle cerimonie cittadine, organizzate per piantare numerosi alberi della libertà e discuteva, con democratica lentezza, circa l’emanazione di nuove e più efficaci leggi per dare corso al nuovo modello sociale, dalla Sicilia, Ferdinando ordinò la riconquista del regno e l’esercito de la Santa Fede, con a capo il cardinale Fabrizio Ruffo, nuovo Vicario Generale, iniziò la marcia verso Napoli.
Gli Inglesi, anche questa volta, condizionarono la volontà del re. Il condottiero porporato, infatti, fu scelto dallo stesso Ferdinando, dopo l’esplicito veto degli alleati a non poter guidare personalmente la spedizione verso Napoli.
Alla fine di febbraio l’armata borbonica aveva già riconquistato vasti territori della Calabria ed andava accrescendosi, fino a divenire forte di circa diciassettemila uomini tra soldati, contadini e bande armate. E mentre via terra gli uomini del cardinale avanzavano senza troppi ostacoli, via mare, la flotta inglese riconquistava il controllo del Tirreno, occupando le isole di Ischia e di Procida, la flotta russa e quella turca, invece, controllavano l’Adriatico a ridosso delle coste pugliesi.
Napoli e i suoi dintorni restarono isolate. Per giunta di lì a qualche mese, dopo i contrasti sorti con il Direttorio di Parigi, anche il grosso dell’esercito francese avrebbe abbandonato la città partenopea, lasciandovi solo una piccola guarnigione a guardia dei castelli.
Verso la fine di maggio la minaccia dell’armata realista si fece più concreta. Solo allora, come risvegliatosi dal torpore in cui era caduto, il governo cominciò a temere per le sorti della Repubblica.
(continua)

Nessun commento:
Posta un commento