Il valoroso ed abile ammiraglio fu impiccato all’albero più alto della sua stessa nave, la Minerva, e il suo corpo fu dato in pasto ai pesci. Molte sono le ombre su quest’episodio. E, per come si svolsero i fatti, ai più fu lecito ritenere che l’accanimento dimostrato da Nelson nella circostanza aveva l’acre sapore della vendetta. I due uomini, un tempo, avevano combattuto dalla stessa parte e forse erano stati anche amici. Il Caracciolo si distinse, per la sua abilità marinaresca, nell’assedio di Tolone, offuscando, in più di un’occasione, la fama del vanitoso Inglese. L’ammiraglio Nelson era, forse, invidioso anche per la considerazione in cui era tenuto il suo antagonista presso la corte napoletana. Di sicuro non digerì lo smacco che il Caracciolo gli diede, questa volta da avversario, quando su fronti contrapposti si sfidarono per la conquista delle isole del golfo di Napoli. Appena n’ebbe occasione, l’Inglese colpì con estrema ferocia l’uomo che, oramai, odiava. Lo stesso sovrano ebbe, poi, a pentirsene per non essere intervenuto tempestivamente e personalmente a placare la sete di vendetta dell’ammiraglio inglese. Francesco Caracciolo fu ucciso il 29 giugno del 1799.
Questa data e questa esecuzione segnarono l’inizio di una persecuzione accanita che andò avanti per circa un anno e che portò dinanzi al giudizio dei tribunali speciali alcune migliaia di persone, tra uomini e donne, che in una maniera o nell’altra erano state coinvolte negli eventi della Repubblica Partenopea. Oltre un centinaio furono le condanne a morte eseguite mediante l’impiccagione, in media furono effettuate due esecuzioni a settimana. A nessuno dei rei, quantunque illustre, fu concessa salva la vita: Cirillo, Ciaja, Pagano, tutti salirono le scale del patibolo. Neanche le donne furono risparmiate: se Eleonora de Fonseca Pimentel fu una delle prime vittime femminili del carnefice, Luisa Sanfelice, nel giugno del 1800, fu una delle ultime.
Tra le persone coinvolte ci furono anche cittadini dell’agro aversano. Vittima illustre della persecuzione regia fu il musicista Domenico Cimarosa. Il Cimarosa riuscì, tuttavia, a dimostrare che il suo coinvolgimento nei fatti della repubblica fu prettamente marginale, se non casuale. Riuscì a cavarsela con qualche mese di carcere e poi, esule, morì a Venezia appena qualche anno dopo. Non andò meglio a Francesco Bagno, medico di Cesa. Fu impiccato il 29 novembre del 1799 e la sua casa napoletana, al vicolo dei Giganti, fu prima saccheggiata e poi data alle fiamme.
Questa data e questa esecuzione segnarono l’inizio di una persecuzione accanita che andò avanti per circa un anno e che portò dinanzi al giudizio dei tribunali speciali alcune migliaia di persone, tra uomini e donne, che in una maniera o nell’altra erano state coinvolte negli eventi della Repubblica Partenopea. Oltre un centinaio furono le condanne a morte eseguite mediante l’impiccagione, in media furono effettuate due esecuzioni a settimana. A nessuno dei rei, quantunque illustre, fu concessa salva la vita: Cirillo, Ciaja, Pagano, tutti salirono le scale del patibolo. Neanche le donne furono risparmiate: se Eleonora de Fonseca Pimentel fu una delle prime vittime femminili del carnefice, Luisa Sanfelice, nel giugno del 1800, fu una delle ultime.
Tra le persone coinvolte ci furono anche cittadini dell’agro aversano. Vittima illustre della persecuzione regia fu il musicista Domenico Cimarosa. Il Cimarosa riuscì, tuttavia, a dimostrare che il suo coinvolgimento nei fatti della repubblica fu prettamente marginale, se non casuale. Riuscì a cavarsela con qualche mese di carcere e poi, esule, morì a Venezia appena qualche anno dopo. Non andò meglio a Francesco Bagno, medico di Cesa. Fu impiccato il 29 novembre del 1799 e la sua casa napoletana, al vicolo dei Giganti, fu prima saccheggiata e poi data alle fiamme.

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