sabato 16 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 3^ ed ultima parte

Gli anni che l’uomo ha trascorso a curare i malanni fisici della povera gente, lo hanno radicato nel convincimento che la vera malattia della gente di Napoli consiste nella mancanza di una cosa che dovrebbe stare nel cervello e nel cuore degli uomini: la speranza. Per secoli i Napoletani hanno sperato in onesti regnanti e buone leggi, ricevendone, invece, principi rapaci ed ingiuste leggi. La loro proverbiale gaiezza altro non è che l’esorcizzazione della paura di vivere. Quando viene licenziato dagl’Incurabili, realizza che per il marito si approssimano altri guai ed infatti anche l’Università gli toglie la cattedra.
A gennaio del ‘99 arrivano i francesi ma Anna non si sente partecipe dell’euforia quasi generale perché non riesce a convincersi che, in un solo giorno, si possa cancellare la monarchia. Le feste della neonata repubblica, la Sala Patriottica e gli alberi della libertà piantati ovunque non la impressionano più di tanto, anzi ritiene che gli alberi che repentinamente fioriscono difficilmente danno buoni frutti ...
Perché soldati stranieri si fanno massacrare dai Lazzari in rivolta? Per regalare la libertà a chi non sa conquistarsela? La risposta ai suoi interrogativi crede di trovarla nei due milioni e mezzo che la Repubblica deve versare ai Francesi per i “danni di guerra”, ma i repubblicani non hanno scelta: opporsi ai Francesi, finendo così sotto la gonnella di Maria Carolina, od accettare quel simulacro di libertà che lo straniero consente?
Continuano ad abitare nella casa di Vico dei Giganti anche quando il Governo della Repubblica conferisce al marito l’incarico di Commissario del Cantone di Colle Giannone e poi quello di direttore dell’Università; per non angustiarlo, non lascia trapelare i dubbi che l’assillano, mentre passa le sue giornate ad aiutarlo nel lavoro di medico della Guardia Nazionale.
“… è morto De Deo, quell’anima cara, martire della verità, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l’esempio?”. La fanno sorridere amaro le trombonate tribunizie di quelli come Vincenzo Russo, l’oratore più ispirato della Repubblica che quando, però, si trattò di affrontare, qualche anno prima, la Giunta di Stato, si acconciò alla delazione e poi scappò in Svizzera.
Al diffondersi della notizia del sacco di Altamura da parte delle truppe del Cardinale, Anna rifiuta di trasferirsi, come il marito vorrebbe, a Cesa e invece, quando questi va a curare i feriti francesi presso l’ospedale militare di Capua, ottiene di seguirlo.
Non appartiene alla folta schiera di signore partenopee che, alle notizie provenienti dalla Calabria, incominciano a dismettere fasce e coccarde ed a trasferirsi prudentemente in campagna.
Resta serenamente al suo posto, perché quella è la battaglia dell’uomo che ama e la combatteranno insieme. Il suo pensiero, come quello di molte donne, è disadorno ma essenziale e perciò non può fare a meno di pensare che gli spiriti nobili commettono, sempre, l’errore di considerare tutti gli uomini pervasi dalle loro stesse pulsioni civiche e morali: i Lazzari, in realtà, non sono diventati tutti mansueti repubblicani come sembrerebbe perché, n’è certa, covano il momento di iniziare “la caccia alla vufera”[1].
La maggior parte delle persone compromesse hanno un retroterra familiare al quale ancorarsi nel caso di un naufragio della Repubblica ma suo marito, valente per ingegno ma modesto per casato a cosa ed a chi si sarebbe aggrappato se non a lei? Quando le turbe del Cardinale assaltano la città, Francesco si porta sulla linea dei combattimenti lasciandola sola nella sua battaglia dei sentimenti in un’attesa senza speranza. La loro casa viene depredata e distrutta da quel popolo di diseredati per il quale, ironia della sorte, il marito pensava di battersi, perciò è costretta a rifugiarsi in casa di amici. Come aveva sempre temuto, la restaurazione lavò in un mare di sangue la macchia del tradimento repubblicano ed i suoi feroci numi furono Ferdinando e Maria Carolina. Si consumano le viltà ed i tradimenti di tutte le restaurazioni: lo stesso Cirillo indugia di fronte alla possibilità di chiedere la grazia della vita e se per lui si muovono perfino l’ammiraglio Nelson e lady Hamilton, nessuno, invece, intercede per il marito che viene impiccato il 29 novembre del 1799.
Un bimbo scalzo, con null’altro addosso che una lacera camiciola, viene incontro alle donne dalla parte del paese. Reca, legata per una zampetta, un’allodola che tenta, disperatamente, di volarsene via, mentre lui tiene il braccio teso in avanti quasi che ne avesse paura. Arrivato di fronte alle donne si ferma e, riparando gli occhi dal sole con la mano libera, porge ad Anna l’agitata bestiola: “l’ha presa ieri mio fratello, vuoi dargli la libertà?”.
[1] La caccia alla vufera (bufalo) era il combattimento che, in un luogo recintato, si svolgeva tra un cane ed un bovino e sul cui esito i presenti scommettevano.

venerdì 15 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 2^ parte

La cacciata dei Gesuiti di alcuni anni prima, la lenta ma costante presa di coscienza della borghesia hanno ulteriormente mondanizzato la vita di Napoli facendone, se possibile, una città ancora più socialmente sperequata ma anche vivida e feconda. Ormai si discetta su tutto e non v’è branca del sapere ove non si cimentino i sapienti partenopei. Al S. Carlo, al Fiorentini ed al Teatro Nuovo furoreggiano sciantose, accalappiamariti, quali la de Amicis, la Gabrielli, la famigerata Viscioletta e Nicolò Iommelli compone l’Ifigenia che, alla concertazione, si rivela un fiasco memorabile.
I coniugi Bagno partecipano a questa neo rinascenza sotto il Vesuvio in un modo che, visti i tempi, ha del banale: Francesco, quando i malati dell’Arcispedale degl’Incurabili gliene lasciano il tempo, si tuffa nello studio delle opere scientifiche dei maggiori medici del tempo quali Serao, Sarcone, Cotugno e Cirillo; Anna ricama il corredino per un bimbo che non verrà mai. Finalmente, dopo anni di gavetta e la pubblicazione di alcuni lavori scientifici di una certa risonanza, Francesco viene chiamato, nel 1787, dall’Università ad insegnare fisiologia ed anatomia.
L’eco della Rivoluzione di Francia riempie Anna di timori che scaturiscono da sensazioni più che da fatti: quel marito così poco propenso ad appalesare i propri sentimenti, cela a stento il compiacimento per le notizie, invero truculente, che arrivano dalla Francia. In giro si sente parlare di teste mozzate e portate in processione infilzate su delle picche, e non riesce a capacitarsi di come il suo Francesco, sempre teso ad alleviare le sofferenze altrui, possa poi provare compiacimento per tutto questo. Soltanto quando incomincia a compenetrare l’essenza del concetto di uguaglianza, intuisce cosa in realtà è accaduto: il figlio dell’umile salassatore del villaggio di Cesa, approdato ad una professione decorosa dopo infinite rinunzie ed altrettante ingiustizie, in un ambiente ove più che la capacità conta il censo, era fatale che si ritrovasse con coloro che volevano abbattere i privilegi. Pur con disagio cerca di condividerne il pensiero ma, in realtà, ne sposa le idee perché sono le sue idee e sente attaccarsi alla pelle la sensazione che gli anni sereni stiano per terminare. L’anno dell’eruzione del 1794 vede materializzarsi i suoi timori. A lato del processo che manda condannati a morte, per avere tramato contro il trono, Vincenzo Vitaliano, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani, il dottor Bagno finisce sulla lista dei sospetti fiancheggiatori della congiura. Vista la piega che stanno prendendo gli eventi, Anna cerca di indurre il marito ad una maggiore prudenza ma si accorge che è inutile.
(continua)

giovedì 14 febbraio 2008

La figlia dell'Annunziata - 1^ parte

La canapa ha raggiunto un’altezza tale da nascondere, per buona parte, i vitigni tesi tra i pioppi dei quali, ormai, non si intravede che la chioma. Né canti solitari e neppure l’abituale rumore di vanghe, scrostate a colpi di sasso, aleggiano per la campagna in quella pacifica domenica di luglio ed il verde, che signoreggia ovunque, apparirebbe più triste di un mausoleo se non fosse per il canto delle cicale e per un lamentoso abbaiare proveniente da pagliai lontani. Sembra impossibile che in questi luoghi, ove regna incontrastata la pace, appena un anno prima echeggiassero le urla e gli spari della battaglia che i Napoletani ed i Francesi ingaggiarono sui Lagni, a Ponte Rotto.
Le due figure in nero si contornano meglio mentre avanzano sul viottolo interpoderale che da Cesa porta ad Aversa: è l’itinerario preferito da chi vuole evitare i carretti e la polvere dello stradone principale ma che, soprattutto, vuole evitare i propri simili. Le due donne camminano tenendosi sottobraccio e lo fanno come se volessero sostenersi a vicenda ed insieme sostenere un gravoso fardello. Teresa Bagno, come d’altronde il resto della famiglia, non aveva visto di buon occhio il matrimonio del fratello con un’abbandonata dell’Annunziata ed il rimorso per i passati pensieri le fa stringere più forte il braccio della cognata.
Quando Francesco la chiede in moglie, Anna Manzini ne rimane turbata ed il suo è un malessere simile a quello che provò allora che fece una scorpacciata di confetti della Candelora[1] e gli sembrava che il dolce e la paura di morire si fondessero nella medesima sensazione: una trovatella, una cosa di nessuno, moglie di un medico?
I sogni maritali delle senza famiglie erano senza prospettive perciò, la maggior parte di esse, passava dalla ruota alle cancellate con fatale rassegnazione. A quei tempi non v’erano ospedali così come oggi li conosciamo e quei pochi esistenti erano, contemporaneamente, chiese, orfanotrofi e luoghi di cura. Imbevuti di Illuminismo, ma il più delle volte per amore verso gli altri, molti medici cercavano di alleviare, con la loro opera, le sofferenze dei disgraziati che in quei luoghi trovavano ricovero tant’è che medici illustri come Cotugno e Cirillo, prestavano la loro opera presso i monasteri - ospedali degl’Incurabili, di Sant’Orsola e dell’Annunziata.
In realtà, ciò che sommuove l’animo di Anna non è solo il fatto di essere una trovatella ma anche quello di sentirsi, dopo anni di vita negletta, ambìto centro dell’esistenza di un’altra persona e questo fatto la fa sentire ancora una cosa però la più desiderata delle cose! Avverte che il placido ruscello della sua vita sta per divenire un fiume in piena e, quando ammette con se stessa di essere attratta da quell’uomo taciturno, i cui occhi vanno sempre oltre le cose che guarda, prova uno sconosciuto piacere all’idea di appartenergli. Si sposano nel 1771 e vanno ad abitare in una modesta casa di Vico dei Giganti.
(continua)


[1] Confetti, a forma di pigna, pesanti alcuni etti, che durante la ricorrenza della Candelora si lanciavano ai fedeli dal sagrato delle Chiese.

lunedì 11 febbraio 2008

Il compariello

Quando Re Ferdinando tenne a battesimo uno dei suoi figlioli, Francesco Buonocore non sapeva che, un giorno, il compare lo avrebbe fatto impiccare. Non lo sapeva, e neppure lo immaginava.
I Buonocore erano una delle famiglie più accreditate e benestanti dell’isola di Ischia. Un loro membro aveva finanche servito, quale protomedico di corte, la Real Casa Borbonica sotto Carlo III, sia a Napoli che a Madrid.
La famiglia Reale aveva l’abitudine di trascorrere sull’isola il periodo della balneazione, ospite dei Buonocore, i quali, da buoni sudditi, avevano messo a disposizione un’ampia ala della loro sontuosa villa. La preziosa amicizia non poteva che alimentare la fortuna ed il prestigio di questa famiglia e Francesco, forse non a caso, era stato nominato ufficiale della milizia isolana. Ma tale carica non servirà a tenere lontano da questo casato il tempestoso vento della rovina, perché i fatti del ‘99 coinvolgeranno anche i Buonocore.
Già dopo la rivoluzione del 1789, Francesco non aveva nascosto una certa simpatia per i Francesi. E più tardi, quando sull’isola erano stati confinati alcuni rivoluzionari napoletani, con i quali strinse un rapporto di solidale amicizia, fu guardato con sospetto dal governatore di Ischia.
Gl’isolani, in genere, godono fama di essere gente molto ospitale e tale prerogativa, certamente, non mancava a Francesco che, in un’altra occasione, diede asilo nella sua casa a dei marinai francesi, scampati ad un naufragio.
La repentina fuga da Napoli della famiglia Reale e della loro Corte gli aveva fatto credere che mai più avrebbe rivisto un Borbone nella sua casa. I Francesi e la Repubblica erano, ora, i nuovi padroni e non erano neanche tanto antipatici. Anzi, lo consideravano loro amico e lo trattavano in modo molto garbato. Tant’è che lo stesso comandante in capo della forza di occupazione, generale Stefano Championnet, con un decreto lo nominò generale e lo mise a capo della fortezza e dell’isola.
Nel frattempo, la squadra navale inglese partiva da Palermo per la riconquista delle acque del golfo di Napoli, precedendo le truppe sanfediste…
La sera del 3 aprile del 1799, il capitano di vascello Troubridge fece condurre a bordo del Colloden il Buonocore, fatto prigioniero, per interrogarlo. L’Inglese lo accolse nella sua cabina.
All’uomo era stata brutalmente ridotta a brandelli la divisa di ufficiale repubblicano, prima di essere portato al cospetto del comandante della nave.
“Come vi chiamate?”, chiese Troubridge.
“Sono Francesco Buonocore, il comandante del castello e di quest’isola”.
“Buonocore? Mi risulta che la vostra famiglia sia in buoni rapporti con il re!”.
“Lo è ancora, anche se il re è fuggito e ci ha lasciato liberi di scegliere nuovi amici…”.
“Per ora rimarrete in stato di arresto. Chiederò istruzioni a Palermo. Vi farò sapere”.
“Ma voi credete che il re tornerà? Perché, se così fosse, indosserei di nuovo la vecchia uniforme. La conservo ancora, sapete?”.
“Voi siete pazzo. Questo non ve lo permetterò. Dovevate pensarci prima. Avete già scelto da quale parte stare”.
Francesco era un semplice, un mite, un pacioccone. Per certi versi, appariva anche un ingenuo.
Osò pensare che il putiferio che si stava scatenando a Napoli ed intorno alla sua casa fosse soltanto questione di un cambio di uniforme.
Fu incatenato e fu rinchiuso nei sotterranei dello stesso castello che, fino al giorno prima, era stato la sua fortezza. Tutta l’isola era in mano agli Inglesi. Tutto ciò che era francese e che sapeva di rivoluzione e di repubblica venne smantellato e dato alle fiamme. Anche la sontuosa villa dei Buonocore finì per essere deturpata e svaligiata di ogni bene. Poi, quando la furia devastatrice dei riconquistatori si esaurì, poche rovine restarono a testimoniarne l’antico fasto.
Ferdinando IV, messo al corrente di quanto era accaduto sull’isola, ebbe un moto di rabbia e di imbarazzo ed esclamò: “Anche Buonocore mi hanno incarcerato! Sospendete ogni sentenza avanti il mio ritorno”[1].
Era forse intendimento del sovrano sbrigarsela personalmente con il padre del suo figlioccio. Ma gli Inglesi, ormai, avevano preso la mano al re.
Francesco, con altri compagni, fu condotto a Procida, nell’isola vicina. Forse fu questa l’unica attenzione che gli fu riservata, per rispetto della sua antica amicizia con il re: sottrarlo al pubblico ludibrio dei suoi concittadini.
Alle ore quattordici del 1° giugno del 1799, faceva molto caldo a Procida.
Ma, a parte l’ora canicolare, il caldo era ancora più insopportabile per chi, come lui, stava salendo i gradini del capestro.
La sua faciloneria non gli fece comprendere il perché di quell’accanimento contro la sua persona: “Che ho fatto di male? Ho soltanto ospitato degli uomini! Chiunque lo avrebbe fatto al posto mio…”, così si rivolse al frate che gli stava portando il conforto della Chiesa.
“Pentiti dei tuoi peccati, figliolo; solo così Dio potrà accoglierti nella Sua grazia”.
“Pentirmi! E per che cosa? Per avere amato troppo questa umanità? Questi uomini che in cambio, ora, chiedono la mia vita?”.
Era un filantropo, Francesco. In nome dell’amicizia, aveva messo a disposizione degli altri la sua casa, così come avevano sempre fatto anche i suoi avi. L’ospite è sacro: che sia un re o un mendicante.
Egli non sapeva nulla di politica: se c’era la repubblica, l’acclamava, se c’era il re, era contento lo stesso. Ma quelli non erano tempi per i puri di spirito o per rimanere tranquillamente in disparte.
Fu consapevole di ciò che gli stava accadendo? Possedeva ricchezza, fama ed un sicuro avvenire per sé ed i suoi figli. Con la sua affabilità, aveva anche accresciuto la schiera degli amici. Ma, nel volgere di poco tempo, aveva, invece, perso tutto: la casa, la ricchezza, la famiglia, gli amici…ed anche la vita.
Affrontò la prova estrema, chiedendosi ancora perché il compare di battesimo di suo figlio lo mandava a morte, ma non riuscì a trovare una risposta, solo un ultimo e legittimo dubbio: “Ma quando passa l’inverno, non viene la primavera? E quando i re scappano, non nascono le repubbliche?”.
[1] M. D’Ayala, “Vite degl’Italiani”, ed. Bocca, p. 111.

domenica 10 febbraio 2008

Quale futuro per il nostro Paese?

Dopo appena due anni siamo chiamati ad eleggere un nuovo Parlamento nel nome di un rinnovamento politico. Ma di nuovo, a queste condizioni, ci sarà poco o niente. Nessuna faccia nuova e nessuna idea nuova, infatti, si intravedono sull'orizzonte politico del nostro "Bel Paese". Ci sarà, come nel passato, solo una nuova ripartizione delle poltrone e degli incarichi di Governo. I prossimi che verranno, insomma, saranno giorni di affannosa rincorsa per l'accaparramento del potere da parte dei soliti noti. Queste nuove elezioni saranno solo l'occasione per rimescolare un pò le carte ed iniziare una nuova partita. Chi era a sinistra si sposterà a destra, chi era a destra si sposterà a sinistra, altri confluiranno al centro e così via, come in un'allegra quadriglia. Ma di allegro c'è davvero ben poco. Tanto a giocare la partita saranno sempre gli stessi, i politici boriosi ed arroganti da una parte ed il popolo inerme dall'altro. Loro, i politici, continueranno a spartirsi privilegi ed introiti, noi, il popolo, ad incassare aumenti di tasse, rincari di tariffe e di servizi malamente funzionanti, costi sempre più elevati dei generi di prima necessità e salari sempre più bassi, perchè fermi e rosicchiati dall'inflazione, dovuta ad un'economia ferma e quasi sull'orlo di una recessione, perchè non supportata da una politica economica stabile e convincente. Insomma, dopo oltre vent'anni di "Seconda Repubblica" nulla ancora è cambiato. "Tutto cambiò, affinchè nulla cambiasse", così espresse il suo rammarico il Principe di Salina ne "Il Gattopardo", famoso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Mai citazione mi è sembrata più appropriata.

sabato 9 febbraio 2008

Confronto tra scienza, storia e teologia: secondo alcuni saremmo già nel 2013

Il Natale è la festa che si aspetta ogni anno con rinnovata letizia. Per i ragazzi, soprattutto, è motivo di gradita attesa, non solo per le due settimane di vacanza scolastica ma anche per il felice momento di aggregazione familiare e per la festosa occasione di ricevere regali. La festività, pur cadendo nel periodo più freddo e più buio dell’anno, mette addosso quell’indicibile allegria e quell’immensa armonia, altrimenti riscontrabili nel periodo caldo delle gaie vacanze estive. Durante il periodo natalizio, ognuno sembra essere in pace con se stesso ed avverte nell’aria un senso di equilibrata serenità. Insomma, al di là di ogni consumata retorica, è veramente la festa più bella dell’anno. Quasi a ricercare questo festoso clima, ad inseguirlo e a raggiungerlo al più presto, come se fossimo in ritardo, ogni anno sembra che la festa venga anticipata, ma forse è solo per farla durare più a lungo. Un tempo la data dell’otto dicembre segnava l’inizio dei preparativi alle festività natalizie, oggi sembra che tale limite sia stato abbondantemente anticipato. Infatti, già da qualche anno, gli spot televisivi iniziano a mostrarci immagini relative al periodo, circa due mesi prima. Di conseguenza, anche i negozi delle nostre città addobbano con anticipo, rispetto al passato, le loro vetrine, per catturare la nostra attenzione e, soprattutto, il contenuto delle nostre tasche, mentre nelle case danno già spettacolo, agli angoli di balconi e di finestre, le luci multicolori degli abeti vestiti a festa.
Comunque, a prescindere da ogni altro significato, il Natale rievoca, per tutto il mondo Cristiano, la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, avvenuta circa duemila anni orsono. Scienziati e teologi si cimentano da tempo per dare una precisa risposta circa l’esatto momento dell’avvenimento. E, mentre per questi ultimi la data della nascita di Gesù Cristo resta fissata tradizionalmente alla mezzanotte del 24 dicembre di millenovecentonovantotto anni fa, per la scienza sembra che questa data debba essere anticipata, non solo di qualche anno, ma anche di qualche mese. A sostegno di questa tesi, il mondo scientifico prende come punto fermo il riscontro storico dell’epoca (la strage degli innocenti ordita da Erode, il censimento della popolazione palestinese ordinato dall’imperatore Augusto e la data di morte dello stesso Erode) ed il verificarsi di un fenomeno astronomico di grande rilevanza, come il passaggio di una cometa. Analizzando, pertanto, i vari punti, si è scoperto che la strage degli innocenti avvenne intorno all’anno 7 a.C., che il censimento è stato datato intorno all’anno 6 a.C., che la morte di Erode avvenne nella primavera del 4 a.C., che la cometa di Halley, conosciuta già all’epoca, passò nei cieli della Palestina, tra l’agosto e l’ottobre del 12 a.C., mentre c’è traccia di un’altra cometa, apparsa nella costellazione del Capricorno, tra il marzo ed il maggio del 5 a.C..Da quest’analisi, per far combaciare le varie tessere del mosaico, appare evidente che la nascita di Gesù possa essere tranquillamente collocata tra l’anno 7 e l’anno 5 a.C.. Ed è plausibile che, date le conoscenze dell’epoca, Dionigi il piccolo, il monaco sciita che nel VI secolo datò la nascita del figlio di Dio, sia incorso in qualche errore. In tal caso, oggi saremmo già oltre l’anno 2010.

La "rivoluzione" del '99 - 5^ ed ultima parte

Il valoroso ed abile ammiraglio fu impiccato all’albero più alto della sua stessa nave, la Minerva, e il suo corpo fu dato in pasto ai pesci. Molte sono le ombre su quest’episodio. E, per come si svolsero i fatti, ai più fu lecito ritenere che l’accanimento dimostrato da Nelson nella circostanza aveva l’acre sapore della vendetta. I due uomini, un tempo, avevano combattuto dalla stessa parte e forse erano stati anche amici. Il Caracciolo si distinse, per la sua abilità marinaresca, nell’assedio di Tolone, offuscando, in più di un’occasione, la fama del vanitoso Inglese. L’ammiraglio Nelson era, forse, invidioso anche per la considerazione in cui era tenuto il suo antagonista presso la corte napoletana. Di sicuro non digerì lo smacco che il Caracciolo gli diede, questa volta da avversario, quando su fronti contrapposti si sfidarono per la conquista delle isole del golfo di Napoli. Appena n’ebbe occasione, l’Inglese colpì con estrema ferocia l’uomo che, oramai, odiava. Lo stesso sovrano ebbe, poi, a pentirsene per non essere intervenuto tempestivamente e personalmente a placare la sete di vendetta dell’ammiraglio inglese. Francesco Caracciolo fu ucciso il 29 giugno del 1799.
Questa data e questa esecuzione segnarono l’inizio di una persecuzione accanita che andò avanti per circa un anno e che portò dinanzi al giudizio dei tribunali speciali alcune migliaia di persone, tra uomini e donne, che in una maniera o nell’altra erano state coinvolte negli eventi della Repubblica Partenopea. Oltre un centinaio furono le condanne a morte eseguite mediante l’impiccagione, in media furono effettuate due esecuzioni a settimana. A nessuno dei rei, quantunque illustre, fu concessa salva la vita: Cirillo, Ciaja, Pagano, tutti salirono le scale del patibolo. Neanche le donne furono risparmiate: se Eleonora de Fonseca Pimentel fu una delle prime vittime femminili del carnefice, Luisa Sanfelice, nel giugno del 1800, fu una delle ultime.
Tra le persone coinvolte ci furono anche cittadini dell’agro aversano. Vittima illustre della persecuzione regia fu il musicista Domenico Cimarosa. Il Cimarosa riuscì, tuttavia, a dimostrare che il suo coinvolgimento nei fatti della repubblica fu prettamente marginale, se non casuale. Riuscì a cavarsela con qualche mese di carcere e poi, esule, morì a Venezia appena qualche anno dopo. Non andò meglio a Francesco Bagno, medico di Cesa. Fu impiccato il 29 novembre del 1799 e la sua casa napoletana, al vicolo dei Giganti, fu prima saccheggiata e poi data alle fiamme.

La "rivoluzione" del '99 - 4^ parte

Ma era già troppo tardi. La città fu investita da ogni lato dalle orde sanfediste e a nulla valsero gli atti d’eroismo singoli o collettivi, come quello del forte di Vigliena che esplose con tutti i suoi occupanti, per evitare di cederlo intatto ai riconquistatori.
Con l’ingresso in Napoli dell’esercito sanfedista, avvenuto il 13 giugno del 1799, l’avventura della Repubblica Partenopea poteva ritenersi sostanzialmente conclusa, anche se molti patrioti, asserragliatisi in Sant’Elmo, in Castel dell’Ovo e in Castelnuovo, continuarono una strenua resistenza fino al 21 giugno, giorno in cui fu sottoscritta la loro totale capitolazione.
Durante la campagna per la riconquista del regno, il cardinale Ruffo dimostrò di essere certamente un buon condottiero e rivelò di essere soprattutto un ottimo soldato quando riconobbe il valore dei suoi avversari. Nei patti di resa che sottoscrisse, infatti, concesse l’onore delle armi e assicurò salva la vita a tutti coloro che fossero migrati per sempre in Francia.
Il patto del cardinale, però, non piacque alla corte di Palermo e, soprattutto, non piacque agli Inglesi che insistettero affinché Fabrizio Ruffo fosse destituito dal suo incarico e che fosse istituita una Giunta di Stato che avrebbe dovuto giudicare, come rei, tutti i prigionieri politici, già imbarcati sulle navi nell’attesa di salpare per la Francia.
Il re Ferdinando non seppe decidersi e allora, agendo d’iniziativa, l’ammiraglio inglese Nelson diede inizio alla stagione dei processi sommari e delle impiccagioni.
Nella vicenda, Ferdinando, più che succube degli Inglesi, si mostrò dominato dal volere della moglie Maria Carolina che, a sua volta, subiva l’influenza negativa di Lady Hamilton e di Orazio Nelson. A proposito di quest’ultimo, si ritiene che l’ammiraglio sia stato uno degli amanti segreti della regina di Napoli.
La crudeltà di quest’uomo si manifestò in tutta la sua nitidezza quando, con un processo sommario, ottenne di giustiziare l’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo.
(continua)

La "rivoluzione" del '99 - 3^ parte

A reggerne le sorti, furono chiamati uomini come Cirillo, Pagano, Ciaja, Lauberg, Abbamonte, Logoteta, Serio, Baffi e Forges Davanzati, tanto per citarne alcuni. Non mancarono le donne. Fra loro primeggiò, certamente, Eleonora de Fonseca Pimentel che, mediante accorati appelli lanciati dalle pagine del suo Monitore Napoletano, invitava il popolo a partecipare attivamente alla vita democratica del nuovo regime politico.
Ma già agli inizi di febbraio, mentre il governo repubblicano si perdeva dietro il festoso e chiassoso clamore delle cerimonie cittadine, organizzate per piantare numerosi alberi della libertà e discuteva, con democratica lentezza, circa l’emanazione di nuove e più efficaci leggi per dare corso al nuovo modello sociale, dalla Sicilia, Ferdinando ordinò la riconquista del regno e l’esercito de la Santa Fede, con a capo il cardinale Fabrizio Ruffo, nuovo Vicario Generale, iniziò la marcia verso Napoli.
Gli Inglesi, anche questa volta, condizionarono la volontà del re. Il condottiero porporato, infatti, fu scelto dallo stesso Ferdinando, dopo l’esplicito veto degli alleati a non poter guidare personalmente la spedizione verso Napoli.
Alla fine di febbraio l’armata borbonica aveva già riconquistato vasti territori della Calabria ed andava accrescendosi, fino a divenire forte di circa diciassettemila uomini tra soldati, contadini e bande armate. E mentre via terra gli uomini del cardinale avanzavano senza troppi ostacoli, via mare, la flotta inglese riconquistava il controllo del Tirreno, occupando le isole di Ischia e di Procida, la flotta russa e quella turca, invece, controllavano l’Adriatico a ridosso delle coste pugliesi.
Napoli e i suoi dintorni restarono isolate. Per giunta di lì a qualche mese, dopo i contrasti sorti con il Direttorio di Parigi, anche il grosso dell’esercito francese avrebbe abbandonato la città partenopea, lasciandovi solo una piccola guarnigione a guardia dei castelli.
Verso la fine di maggio la minaccia dell’armata realista si fece più concreta. Solo allora, come risvegliatosi dal torpore in cui era caduto, il governo cominciò a temere per le sorti della Repubblica.
(continua)

La "rivoluzione" del '99 - 2^ parte

A Napoli il re lasciò, quale suo Vicario Generale, l’anziano principe Pignatelli Strongoli che ebbe il gravoso compito di difendere la città senza esporla, però, alla distruzione di un bombardamento.
Il Pignatelli fece di meglio in quanto, d’accordo con il generale Mack che aveva il comando dell’esercito napoletano, il 12 gennaio del 1799, venne a patti coi Francesi e, a Sparanise, stipulò un armistizio che aveva l’amaro sapore del tradimento. L’accordo, infatti, intervenne quando i Francesi erano ancora lontani da Napoli, quando la situazione politica e militare del regno era ancora ben salda nelle mani della corona e quando tutto faceva prevedere un facile ed un rapido ristabilirsi dell’ordine monarchico. L’armistizio, invece, introdusse l’anarchia nel Paese e consegnò, di fatto, Napoli in mano ai giacobini. Ciò fece da miccia per lo scoppio della rivolta controrivoluzionaria che durò alcuni giorni e fu anche il motivo per il quale il Vicario Generale, onde evitare le ritorsioni dei capezzoni del popolo fedeli alla causa realista, fu costretto, anch’egli, alla fuga.
Molte atrocità furono commesse in quei giorni, da una parte e dall’altra. Molte vittime furono sacrificate nel nome del re o in quello della repubblica. Il 23 gennaio del 1799, quando il generale Jean-Etienne Championnet entrò a Napoli alla testa di circa sedicimila soldati francesi, la Repubblica Partenopea era stata già proclamata da due giorni ed un governo provvisorio si era insediato nella sala del teatro del Palazzo Reale, ribattezzato, per l’occasione, Palazzo Nazionale.
La “Repubblica dei Filosofi”, così definita, perché ideata e fondata dagli intellettuali napoletani dell’epoca (siamo in pieno Illuminismo), ebbe, però, una breve esistenza. Nei suoi cinque mesi di vita il concetto di repubblica non riuscì a varcare i confini della città. L’ideale repubblicano rimase, in pratica, relegato tra le mura della metropoli meridionale e dei suoi immediati dintorni, né riuscì, tantomeno, a colpire la coscienza degli altri strati sociali. Pochissimi, infatti, furono i nobili, i magistrati ed i militari che vi aderirono e quasi nulla fu la partecipazione delle masse proletarie e contadine delle periferie e delle campagne. La Repubblica Partenopea poteva contare solo sull’appoggio di uomini di lettere, di scienza, di legge che, con il linguaggio metaforico che talvolta gli é proprio, non riuscirono a spiegare in maniera convincente concetti nuovi come: libertà, uguaglianza e fraternità, conclamati a viva voce ad un popolo che credeva che senza Re non si potesse vivere.
(continua)

venerdì 8 febbraio 2008

La "rivoluzione" del 99 - 1^ parte

A Napoli il 1798 si concluse senza il tradizionale rumore dei botti di fine d’anno. A dire il vero, dei botti ci furono. Furono quelli, temibili e letali, dei cannoni e dei fucili, perché nelle strade e nei vicoli napoletani si combatté per affermare il nuovo e rivoluzionario ideale che di lì a qualche giorno avrebbe condotto alla costituzione della Repubblica Partenopea.
Quell’anno il Natale non arrivò. Al suo posto arrivarono, invece, le truppe francesi del generale Championnet che, muovendo dai confini del Lazio, sfruttarono l’opportunità della rivolta per invadere il regno.
Ferdinando I, incalzato dagli eventi e minacciato da vicino dai Francesi, fu costretto dall’imperioso consiglio degli Inglesi, suoi alleati, a prendere la sofferta decisione di lasciare Napoli. Ferdinando e sua moglie serbavano un timore palese ed un odio irriverente nei confronti di tutti i Francesi, da quando la Francia repubblicana giustiziò i suoi ex sovrani, Luigi XVI e Maria Antonietta, rispettivamente il cognato e la sorella di Maria Carolina. L’evento delittuoso portò il Re di Napoli a schierarsi apertamente con le potenze che combattevano contro la Francia e lo spinse, inoltre, ad assicurarsi una protezione quasi personale dal potente alleato inglese. E fu così che, il 22 dicembre 1798, la famiglia reale e buona parte del seguito, ministri compresi, s’imbarcarono sulla nave ammiraglia di Orazio Nelson, diretti a Palermo.
La flotta inglese indugiò nelle acque del golfo ancora per tre giorni per colpa della bonaccia, che non permise alle navi di prendere il largo. I rappresentanti del popolo approfittarono di quest’occasione per inviare al re numerose delegazioni affinché si convincesse a rientrare, dopo aver assicurato un appoggio incondizionato alla sua causa. Ma la decisione degli Inglesi prevalse e il giorno di Natale Ferdinando partì, promettendo un rapido ritorno a se stesso ed al popolo.
Oltre che per i temuti battaglioni francesi, il re lasciò Napoli per evitare una lotta fratricida tra i lazzari, suoi seguaci, ed i rivoluzionari. Egli cercò di evitare, inoltre, che la bella e prosperosa capitale del suo regno fosse deturpata dalla furia dei giacobini napoletani e da quella dell’esercito francese, sceso in loro aiuto. Nella circostanza la famiglia reale, oltre al sacrificio per l’abbandono dell’abituale dimora, sopportò anche il dolore per la perdita del piccolo principe Alberto. Lo sfortunato principe morì, all’età di soli sei anni, durante la violenta tempesta che sorprese le navi inglesi mentre erano ancora in navigazione verso la Sicilia.
(continua)

giovedì 7 febbraio 2008

Uomini, macchine e... armi intelligenti

Nel corso di quest’ultimo secolo la ricerca scientifica ha avuto un incremento tale da trasformare e rendere la nostra vita molto più che confortevole.
Di pari passo è cresciuta anche la nostra sete di conoscenza, sono aumentate, qualitativamente, le nostre esigenze e siamo spinti ad osare sempre di più.
La casualità delle cose non è più accettata ed i sentimenti puri, come odio, amore, paura, dolore, istinto di conservazione ecc., non guidano più le nostre azioni. Oggi, come non mai, siamo indotti ad agire mediante l’uso della sola ragione e le nostre scelte sono condizionate dall’interesse. Cerchiamo una spiegazione plausibile ad ogni nostra mossa ed ogni nostro comportamento deve avere un filo logico dettato da questa o quella ragione o, meglio, dalla nostra intelligenza che, forte delle enormi esperienze acquisite, è sempre più deduttiva e meno intuitiva.
In una donna, moglie o compagna che sia, non cerchiamo più bellezza, dolcezza o altre doti prettamente femminili, vogliamo una donna che sia, ad ogni costo, intelligente. E, naturalmente, intelligenti devono essere i nostri figli, così come devono esserlo i loro giochi, anche se infantili. Intelligenti devono essere i nostri amici, i nostri passatempi e tutto il mondo che ci circonda. E, non paghi di essere attorniati già da tutta questa intelligenza naturale, la produciamo anche in maniera artificiale, per inserirla nelle macchine e negli utensili che usiamo tutti i giorni. Guai a perdere tempo dietro a qualcosa che si riveli inutile, seppure divertente. Guai a dare sfogo all’irrazionalità, saremmo considerati degli stupidi e saremmo evitati da tutti gli altri, gli intelligenti, che sono intorno a noi.
Cresciuti ed educati in pieno regime intelligente, noi, uomini del terzo millennio, aiutati da un’industria bellica che si avvale di una tecnologia tanto avanzata, siamo in grado di produrre macchine ed armi sempre più sofisticate e dotate di una precisione micidiale. Intelligenti pure loro. Gli elementi sfruttati per la realizzazione e l'impiego di queste armi cosiddette “intelligenti”, sono gli stessi che ci permettono quotidianamente una vita più comoda: l'elettronica, la telematica.
Le armi intelligenti, sfruttando le capacità fornite dai sistemi a raggi infrarossi (IR) o ad intensificazione di luce (IL) e aiutate dagli occhi artificiali dei satelliti spia, permettono la selezione degli obiettivi e provocano danni solamente a quei mezzi ed a quelle infrastrutture nemiche ritenute d’interesse strategico.
Questa tecnologia bellica d’avanguardia è stata già ampiamente sperimentata ed è risultata determinante, ai fini del successo finale, nella Guerra del Golfo ed è stata protagonista anche in quella dei Balcani.
La quasi totale perfezione raggiunta dai mezzi permette il ricorso al combattimento notturno, non più in forma episodica perché condotto per lo più alla cieca, ma lo consente in maniera sistematica in quanto effettuato con la precisione e la determinazione in cui si opera nell'ambiente diurno. Comunque, a prescindere da questi aspetti, nella guerra moderna, le consueti strategie di “guerra generale“ (ricerca della distruzione completa dell'avversario) e di “guerra limitata“ (sforzi e rischi devono essere proporzionati agli interessi in gioco), trovano, ancora oggi, ferma e valida attuazione e fanno assumere un’importanza ancora fondamentale alle forze convenzionali che, anche se si avvalgono di un’elevata prontezza operativa dovuta ai mezzi più moderni, sono dotate di armi tradizionali, le uniche a poter rievocare, nell’uomo moderno, ancora sentimenti e sensazioni come paura, angoscia, rimorso, dato che il loro impiego ne presuppone un uso ravvicinato. Neppure la minaccia al ricorso degli armamenti nucleari tattici riesce a intaccare più di tanto i nostri timori: gli esperti ci assicurano che il loro eventuale impiego, pur comportando un rischio di escalation, non darebbe luogo necessariamente ad un conflitto nucleare esteso e generalizzato.
Il ricorso a tali strategie impone agli eserciti moderni di essere in grado di condurre, nei diversi ambienti naturali, sia una guerra convenzionale che una guerra nucleare limitata e selettiva, ed impone un elevato addestramento per essere in grado di passare celermente da un tipo di operazione bellica all'altra. Anche questo ci fa sentire intelligenti, perché così siamo tenuti a credere di avere un controllo totale sull’uso razionale della forza.
Ma chi sono questi intelligenti che decidono come, quando e dove usarla? Nell'arte militare c’è una sola parola che stabilisce tutto ciò: la strategia. La scienza bellica attribuisce il monopolio assoluto della strategia al solo potere politico. Infatti la condotta strategica di un conflitto è un compito politico che esula dalle competenze delle gerarchie militari, alle quali sono affidate solamente le responsabilità della conduzione tattica dell'evento.
E le vittime? Quale rapporto hanno con l’intelligenza? In un conflitto si agisce per un interesse che di razionale ha solamente il bene di una collettività. Le bombe, quelle, anche se intelligenti, fanno delle vittime. Vittime di armi intelligenti, forse. Di sicuro, vittime di una intelligenza tutta umana.

lunedì 4 febbraio 2008

Per ridere un pò

  • Oggi ho fatto l'amore con Control. Domani provo con Alt+Canc
  • Sapete chi è il poliziotto più sfortunato? Quello che muore al posto di blocco. E quello più fortunato? Blocco!
  • Da una canzone di Ligabue: "Tutti vogliono viaggiare in prima...". Anch'io l'ho fatto ed ho fuso motore e frizione... Grazie Liga!
  • Sapete quali sono le categorie di narratori più bugiarde? I cacciatori e le donne. I cacciatori prendono un uccello e raccontano di averne presi almeno venti. Le donne prendono venti uccelli e racconatano di averne preso solo uno.
  • Un bambino chiede alla sua mamma: "Mamma perchè la maestra chiama Roberto Robertino, Paolo Paolino, Luca Luchino e a me no?" E la mamma: "Lo capirai da solo, quando sarai più grande..., Pompeo!"
  • In una stazione ferroviaria, all'improvviso un annuncio pubblicitario..., dlin dlon: "Si avvisano i signori viaggiatori che acquistando i preservativi delle Ferrovie dello Stato potrete venire anche voi con cinquanta minuti di ritardo."
  • Qual è il nome più bello per una ragazza? IKEA, e sapete perchè? E' Svedese, costa poco, te la porti a casa subito e te la monti in soli cinque minuti!
  • L'autunno è una brutta stagione, soprattutto per le donne e sapete perchè? Seccano i piselli, migrano gli uccelli, cadono i marroni e, se poi cade anche la nebbia, non si vede più neanche un cazzo!